Home > Recensioni > Spock’s Beard: Feel Euphoria

Euforia da redivivi

Era un album molto atteso questo degli Spock’s Beard, arrivati ad un bivio esistenziale dopo l’abbandono di Neal Morse, leader indiscusso della band, a seguito della pubblicazione di “Snow” (2002). I dubbi sulla effettiva capacità dei Nostri di riprendersi dallo shock parevano legittimi, le perplessità circa le effettive potenzialità del batterista del combo americano, Nick D’Virgilio, come cantante a tempo pieno pure, ma “Feel Euphoria” non sembra un disco di una band rassegnata e incamminata sul viale del tramonto, è invece palpabile la volontà degli americani di proseguire il proprio discorso artistico, iniziato oramai quasi quinidici anni fa. I Nostri non hanno stravolto il proprio standard sonoro, sebbene sia possibile rintracciare nelle otto tracce qui contenute un sound più guitar-oriented, volendo più rock nel senso stretto del termine (cfr. “Onomatapea”), e un intreccio musicale a tratti più sperimentale che in passato – “Feel Euphoria” continua però a non essere un disco per gli avanguardisti e puristi del prog in ascolto, meglio precisare. Elementi degli Spock’s Beard che furono sono rintracciabili in tracce come “The Bottom Line” nella quale alcuni dei cliché del passato dei Nostri vengono ostentati con sorrisi compiaciuti da parte di tutta la band. È però inevitabile non confrontare episodi come quello appena descritto con altri come la title-track, probabilmente il pezzo più sperimentale e trasversale che l’ex band dei fratelli Morse abbia mai composto: rock (piuttosto hard e nervoso in alcuni frangenti), ambientazioni elettroniche e atmosfere leggermente oscure fanno di questo pezzo un episodio che si dimostra sia sulla carta, sia su supporto ottico, interessante e meritevole di attenzione. “Ghosts of Autumn” è una ballad dalle ottime melodie (grazie anche alla quale D’Virgilio si dimostra un singer tutt’altro che improvvisato) che lascia spazio a “A Guy Named Syd”, suite da venti minuti e passa divisa in sei movimenti, che rappresenta il ponte pià solido e tangibile tra il passato e il presente della band. Movimenti o canzoni distinte semplicemente linkate assieme? “A Guy Named Syd” si avvale della facoltà di non rispondere. “Feel Euphoria” sembra un po’ fare l’equilibrista tra due differenti priorità, da un lato cercare di proseguire il discorso artistico della band anche senza colui il quale è stato per lungo tempo il principale songwriter, e dall’altro lato quella di rassicurare i vecchi fan del gruppo. Se le premese sono queste, il capolavoro tout-court è arduo da tirar fuori, e infatti, pur con i meriti di buona compagnia che saprà fare ad alcuni, ì”Feel Euphoria” non fa gridare al miracolo.

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