Home > Recensioni > Spock’s Beard: Snow

La parabola di Neal Morse

Ultimo lavoro in studio per gli Spock’s Beard insieme a Neal Morse, da sempre deus ex-machina del combo statunitense che ha però deciso di abbandonare i suoi compagni per “motivi spirituali”, più o meno precisati nelle interviste che Neal ha all’epoca rilasciato. Qui credo possa interessare il fatto che proprio di spiritualità sono fortemente intinti anche i testi di “Snow”, testi che toccano argomenti davvero imponenti: Dio, il suo messaggio, la condizione di vita umana, gli errori che immancabilmente si commettono lungo il cammino dell’esistenza, le tentazioni e le difficoltà della vita. Il tutto trattato attraverso la vicenda di un ragazzo albino che a diciassette anni scopre di possedere un “potere” e decide di avventurarsi nella metropoli, quasi come se stesse rispondendo ad un richiamo. La metropoli è di nuovo New York City, il ragazzo è “Snow”, per l’appunto. Catechismo da oratorio americano? Ad essere maligni potrebbe sembrarlo, ma non si dubiti della sincerità e della bontà dell’ispirazione che sta alla base di tutto: quella è genuina, per quanto si può sentire.Affrontando l’argomento strettamente musicale, “Snow” è un doppio CD, le cui coordinate sonore non si discostano notevolmente da quanto finora fatto dai Nostri, vale a dire un prog rock attuale ma fortemente debitore degli anni ’70 (Yes), colorato da un buon gusto melodico (per lo più beatlesiano ma a tratti un bel po’ più ruffiano e meno di classe), con alcuni accenni vicino al rock americano più sereno, meno tormentato, e abbondanti momenti intimi ed acustici (che forse spezzano un po’ il ritmo del disco, e suggeriscono l’idea che se ce ne fosse stato qualcuno in meno, probabilmente, non sarebbe stato poi un gran male). Canzoni che si potrebbero citare a titolo esemplificativo dell’album sono “Love Beyond Words”, “Open Wide the Flood Gates” e “Wind At My Back”. Proprio “Love Beyond Words” propone sul finire un ottimo pezzo di pianoforte, che sarà poi ripreso in “All is Vanity”, eseguito però alle tastiere: una composizione serena, ben scritta ed efficace: se tutto il disco si muovesse su queste coordinate, e il finale di “Solitary Soul” parrebbe confermarlo, probabilmente avremmo tra le maniun davvero un gran disco. Purtroppo non è questo il caso di “Snow”, che almeno ci fa capire quant’é bello scoprirsi degli inguaribili romantici all’ascolto dei tre intensissimi minuti di “Carie”.

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