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Spring: Spring

L’altare del mellotron

Curioso caso quello degli Spring. Autori di un unico album nel 1971, furono in seguito quasi completamente dimenticati anche da buona parte degli addetti ai lavori. La formazione vedeva Pat Moran alla voce, Ray Martinez alla chitarra, Adrian Maloney al basso, Kipps Brown al piano e tastiere e Pick Withers alla batteria. In aggiunta agli strumenti di base, arriva quella che è la grande arma/maledizione del gruppo: Moran, Martinez e Brown suonano tutti e tre il mellotron, spesso contemporaneamente. Se da una parte ciò garantisce una dose di epica pastoralità (affine per certi sensi a quella dei Barclay James Harvest), dall’altra può risultare talvolta stucchevole come effetto per chi non è avvezzo a tali vagonate di mellotron.

Su questa base si sviluppano le composizioni del disco, un disco di prog/non-prog uscito forse un po’ tardi per il suono che propone, essendo nel ’71 già stati pubblicati altri dischi che avevano sviluppato ben oltre alcune di queste intuizioni, ma comunque efficace ed incredibilmente gradevole, grazie anche alla produzione di Gus Dudgeon che dona alle composizioni un tocco di easy listening che non guasta mai e rende il tutto più scorrevole.

“The Prisoner”, “Shipwrecked Soldier” o “Golden Fleece” incarnano lo spirito più propriamente prog del gruppo, articolandosi tra discreti cambi di tempo e atmosfere liquide ed avvolgenti, coniando un suono morbido ma allo stesso tempo deciso. Le chitarre lavorano spesso in sottofondo, lasciando il mellotron a guidare le melodie portanti su cui la voce di Moran si staglia elegante. “Grail” mette in risalto la produzione di Dudgeon con linee vocali vicine a ciò che Elton John faceva in quel periodo, così come la dolce ballata pianistica “For Absent Friends”, graziosamente rilassata e melodica.

Potrebbe venire da dubitare della natura del gruppo ma non dimentichiamo che il disco risente dell’influenza del prog primigenio, quello abbozzato di Moody Blues et similia, quindi non c’è da aspettarsi fughe strumentali di venti minuti o tecnicismi inutili, qui si parla ancora di progressive pop, quella corrente che si è distaccata dal pop classico per creare canzoni con arrangiamenti particolarmente studiati che superassero i due minuti di durata dei singoli da classifica e l’obiettivo viene decisamente centrato, in questo senso.
La languida “Gazing” ci congeda dal disco adagiandosi su una melodia leggera prima di un finale epico con le chitarre lanciate in un assolo incrociato di grande effetto.
“Spring” non è un capolavoro, ha i suoi difetti che di tanto in tanto si fanno sentire. Comunque è consigliato a chi ama queste sonorità e vuole riscoprire un disco che è stato ingiustamente chiuso nel dimenticatoio.

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