Home > Recensioni > Spyder Baby: Let Us Prey
  • Spyder Baby: Let Us Prey

    Spyder Baby

    Loudvision:
    Lettori:

Industria della noia

La biografia degli Spyder Baby ci racconta come il mastermind del progetto, tale Stevie Banch, abbia intrapreso una crociata per abbattere le barriere tra i vari generi musicali per creare una miscela unica e personale. Purtroppo ciò che di unico ha questo disco è la noia mortale che fa nascere nell’ascoltatore. Noia data da vari fattori: sicuramente il fatto che questo tipo di esperimenti siano evidentemente figli dei Ministry più grezzi o dell’horror rock di Rob Zombie mette già in chiaro che di originale qui c’è ben poco. I suoni del disco inoltre ci mettono del loro, con chitarre che non spingono come dovrebbero, una voce sempre sforzata e fastidiosamente artefatta ed una batteria sottile e minuscola relegata sullo sfondo. Parliamo di un industrial (punk) rock che, se fatto bene, può risultare ancora divertente anche nel 2008 nonostante l’odore di stantio. Purtroppo non è questo il caso, dato che un altro punto deficitario del disco sono proprio i pezzi, privi di melodie o di un qualsivoglia appiglio che possa far ricordare le varie “Bugs Crawl In”, “Bitter” o “The Worms” (forse la migliore del lotto con la sua atmosfera marcia che tanto sa di Alice Cooper).
Magari chi vive di pane e Ministry potrà anche trovarci molto più di quanto si sia detto qui, dato anche il fatto che lo stesso Al Jourgensen sembra essersi invaghito di questo americano aiutandolo con alcuni remix e con la promozione del disco. Ma magari no.

Scroll To Top