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Stag: le nostre canzoni vanno ascoltate a occhi chiusi [INTERVISTA]

Reduci dalla pubblicazione del loro secondo album “Verso le Meraviglie”, gli Stag, band romana di punta del panorama musicale degli ultimi anni sono in partenza per un tour che li vedrà impegnati ad aprire il concerto di Levante del 21 luglio e il Pollino Music Festival.

Il gruppo nasce dal progetto di Marco Guazzone, musicista e autore di molti brani per altri artisti. Parliamo con lui di passato e futuro della band, senza trascurare il presente, che è sempre il tempo che preferiamo.

Ciao Marco, vi seguiamo da un po’ e devo dire che le vostre musicalità ci hanno sempre ricordato i migliori Radiohead, con cui – leggo – avete collaborato per la versione remix di ‘Nude’ e l’anno successivo partecipando ad un contest voluto dalla band  la tua versione di “Reckoner” si classifica 10° (su 1664) e viene pubblicata sul sito ufficiale di Thom Yorke & Co. Chapeau per dei ragazzi così giovani….

Sì, devo dire che è stata una un’esperienza incredibile. Parliamo del 2008, gli Stag ancora non esistevano, ero semplicemente Marco, un musicista. Tom Yorke aveva lanciato un contest on line, bisognava remixare Reckoner e i migliori dieci sarebbero  stati pubblicati sul loro stesso sito. Sul portale del contest erano già presenti alcuni remix di miei concorrenti. Dopo diversi ascolti mi sono detto ‘sai che c’è, più che un remix adesso ne faccio proprio una cover’, non puoi capire la sorpresa e la meraviglia nell’aver scoperto direttamente dal sito dei Radiohead che non solo mi avevano ascoltato, ma addirittura gli fossi piaciuto.

 “Ma quanto pesa il buio che mi porto dal passato, mi bussa dal passato, ma sono pronto a soffrire per tornare poi a  sperare.  Devo vivere e ripartire, o restare quì e morire!” e diciamo che sei ripartito bene dopo l’esperienza sanremese  di qualche anno fa da cui sei uscito “vincitore morale”, i tuoi album e i live sono stati un successone…

L’esperienza sanremese è stato un bel battesimo, per altro con un nostro brano, scritto e musicato da noi. Sanremo ci ha dato un’ottima visibilità, dopo la nostra partecipazione siamo partiti per il tour promozionale del disco, e abbiamo avuto un ottimo riscontro da parte del pubblico. Sanremo resta il compromesso fra musica e TV più genuino rispetto ai vari talent, è un contest in cui ti scegli tu il brano, decidi se esserne autore o solo interprete, ma comunque il brano è solo tuo, non devi farne delle cover. E poi – è chiaro – essere visto da otto milioni di persone è un bel impatto per farti conoscere a largo raggio.

A proposito di Dopo Sanremo, avete continuato autofinanziandovi attraverso il cinema, coerentemente coni tuoi studi in musica da film al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Avete scritto colonne sonore per film importanti, tra cui la serie di punta della Rai “Tutto può succedere” in cui vi siete cimentati anche come attori, come nascono quelle collaborazioni?

L’origine vera nasce dalla mia passione per il cinema, in particolare per le immagini. Quando scriviamo qualcosa è viva la presenza delle immagini, e questa passione ha indirizzato – come giustamente dici tu – anche i miei studi. Per contro da qualche anno lavoriamo al Good Lab Music del maestro Paolo Buonvino che ha lavorato alle colonne sonore di tutti i film di Muccino, per la fiction i Medici e molto altro. Ma la caratteristica del maestro, oltre alla sua immensa bravura professionale, è che da ampio spazio ai giovani. Ci ha coinvolti nel progetto per la fiction “Tutto può succedere” davvero a tutto tondo, innanzitutto utilizzando dei nostri brani nella serie, ma anche chiedendo la nostra opinione nella scelta di brani altrui. Per quanto riguarda la nostra partecipazione come attori questa idea nasce dal fatto che nella versione americana della serie (Parenthood, ndr)uno dei  protagonisti ha uno studio di registrazione, nella versione italiana invece si tratta di un locale dove si esibiscono nuove band, e noi lì eravamo proprio gli Stag. Stiamo già lavorando alla realizzazione della terza serie.

Parliamo del nuovo album “Verso le meraviglie”, esso segna il sodalizio con la INRI, una delle etichette indie più importanti della scena nostrana. Cosa ne pensate di questo termine, esiste ancora una vera scena indie o tutto è diventato Main-Indie?

Main-indie lo trovo molto adatto come termine, non a caso questa tua crasi esemplifica molto la situazione musicale  attuale. Penso che si sbagli a pensare l’indie come un genere musicale. L’indie è un atteggiamento, un’attitudine verso il mestiere di musicista. Ci sono artisti pop legati alle major internazionali che sono molto indie come modo di essere e di approcciarsi, trattano tematiche impopolari nei loro brani e molto altro, e poi ci sono artisti che dell’indie hanno fatto il loro brand ma che così  facendo sono molto più pop di altri.
Io credo che per fare un mercato discografico dobbiamo necessariamente etichettare gli artisti in generi musicali, ma un vero artista deve essere in grado di spaziare di genere in genere.

Mi piace molto questo modo di intendere l’indie come solo un atteggiamento piuttosto che uno stile musicale, e tu citavi la necessità di etichettare un genere per esigenze discografiche. Ti voglio provocare ora: se tu fossi il proprietario di un negozio di dischi in che genere collocheresti il disco degli Stag?

Senza dubbio nella categoria “colonne sonore”. I motivi sono due, per prima cosa le nostre canzoni vanno ascoltate a occhi chiusi, ti permettono di vedere il fluire delle immagini e l’insieme delle immagini ti rendono protagonista involontario di scene da film. La ragione più concreta e meno astratta invece è la seconda, metà dei brani sono sincronizzazioni con il cinema, appunto.

Come nasce l’idea di suonare “Mirabilia”in giro per Roma su un tram?

Noi abbiamo questo ulteriore lato musicale che è quello di artisti di strada che permette di suonare ovunque senza fili, di rendere ogni scena un palco itinerante. Lo abbiamo fatto in maniera ‘seria’ durante un festival a Londra che ci ha permesso di suonare tutto il giorno in location diverse e trasformarne ognuna in un palco. L’idea di riportare questa esperienza anche nella nostra Roma nasce essenzialmente per amore della nostra città e perchè il tram è molto usato, collega in ogni punto la città e lo fa senza grandi intoppi come accade ad esempio nel caso degli autobus. Mirabilia è il suono della meraviglia, e Roma è meraviglia, soprattutto di notte, infatti il tram che abbiamo scelto era un notturno nella sua ultima corsa della nottata.

Un album in cui alternate  brani in italiano a brani in inglese. Quale è il fattore discriminante nella scelta della lingua più adatta al sound o al mood del brano?

Ho cominciato a scrivere in inglese perchè mi è sempre venuto molto semplice essendo la mia seconda lingua madre. La famiglia di mio padre vive a Londra, quindi sin da bambino ho parlato l’inglese in maniera fluida e corrente. Ho ascoltato sempre generi musicali che si sposavano bene con la lingua inglese e già da piccolo traducevo i brani per cercarne di cogliere il senso, quindi scrivere in inglese mi è venuto naturale, come una evoluzione della mia crescita musicale. L’italiano poi è la mia lingua, ho dovuto prenderci la mano con la scrittura dei brani, capirne la musicalità e adattarli al mio stile, ma una volta trovata la giusta chiave ho deciso che entrambe le anime dovessero coesistere nei nostri lavori.

Siete profondamente legati alla vostra Roma, ma il primo maggio eravate nella mia Napoli per il Comicon. Avete alle spalle numerosi concerti (si parla di 200 prima di sanremo, ora saranno almeno raddoppiati). Tour europei che si sono protratti fino nel Libano, che differenze di pubblico si notato di tappa in tappa? Qualche curiosità campanilista?

In Italia – non lo dico solo io, ma prima di me lo dicono i grandi artisti – più scendi giù più il pubblico è caloroso. Sono terre che hanno saggezza culturale ed umana. In Puglia ad esempio abbiamo un gran fan club, ci seguono davvero dappertutto e alla fine sono diventati nostri amici. Questo è il bello del meridione d’Italia, non che il nord sia da meno.

E differenze con l’estero?

Beh quelle si vedono davvero. Noi abbiamo suonato molto a Londra e la maggiore differenza che abbiamo notato è che noi italiani non siamo abituati all’ascolto. E’ difficile, direi quasi irreale, che un italiano vada ad un concerto di uno sconosciuto per il puro gusto musicale, per la curiosità della scoperta. In Inghilterra invece non è così, esistono dei club in cui tu sai che ci sono delle programmazioni di musica live e vai lì per ascoltare questi gruppi underground. Va comunque rilevato che le abitudini sono molto diverse, lì si esce dall’ufficio e si va nei club, senza passare per casa, a bere. Si cena molto presto e ci si ritira con i mezzi pubblici, quindi ascoltare musica diventa anche logisticamente più semplice, lì a mezzanotte un concerto alla peggio è finito, in Italia fai anche le tre. Ma indipendentemente da questo c’è anche il rispetto della musica, del suo ascolto in silenzio, se vuoi chiacchierare esci fuori, ti fumi una sigaretta ed interagisci con amici e sconosciuti, se stai dentro al locale ascolti la musica senza dar fastidio.

Da aprile 2016 conducete un programma di musica in onda su In Blu Radio. La musica e la sua divulgazione la vivete a tutto tondo, non solo su un palco o in una sala d’incisione?

E’ sempre questo modo di fare musica che torna, l’anima di artisti di strada pronti a fare di ogni cosa un palco, amanti di ogni dimensione live. Questa iniziativa nasce per caso, eravamo ospiti in questa  radio che ci supporta da prima di Sanremo, alla fine di questa ospitata la direttrice ci propose di condurre per gioco una puntata in cui facevamo sì musica live ma davamo anche spazio ad altri artisti sconosciuti o semisconosciuti. E’ diventato così lo ‘spazio per emergenti condotto da altri emergenti’.

Marco, fra dieci anni ti vedi ancora come uno “Stag” o semplicemente come Marco Guazzone?

Senza dubbio ancora come uno Stag. Da solista sono partito e ho scoperto il valore della squadra. Condividere non è perdere nulla della propria arte ma arricchirsi al 300%, nel nostro caso al 500 % (risate, ndr). Ognuno di noi ha un forte animo, un forte imprinting sia di personalità che di background musicale, mescolare i generi è creare un genere peculiare che da solo non sarei in grado di realizzare. E’ creare il genere che è degli Stag.

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