Home > Recensioni > Stan Bush: Language Of The Heart
  • Stan Bush: Language Of The Heart

    Stan Bush

    Loudvision:
    Lettori:

Correlati

Lessico sentimentale in 10 lezioni

Quello di Stan Bush è un nome che, almeno per i fans del genere, non necessita presentazioni: l’album uscito nell’87 a nome “Stan Bush & Barrage” è unanimemente considerato tra i migliori dischi di melodic-rock di sempre, ma non dimentintichiamoci comunque l’omonimo, bellissimo platter d’esordio (datato ’83) o l’accattivante “Every Beat Of My Heart” (contenente brani scritti insieme a Jonathan Cain e Jim Vallance), che hanno contribuito ad imporre Bush come artista di punta nell’universo cantautorale statunitense. Arruolato dall’etichetta anglo-italiana Now&Then/Frontiers nel ’98, il buon Stan aveva all’epoca rilasciato il secondo, attesissimo album dei Barrage – un buon album sicuramente penalizzato da una pessima produzione a cui, a tre anni di distanza, fa seguito questo nuovissimo “Language Of The Heart”. Che dire? Non aspettatevi grosse sorprese, perché non ne troverete: ci troviamo infatti di fronte all’ennesima raccolta di brani (10, per la precisione) improntati nella più pura tradizione bushiana, caratterizzati dalla ruvida ma calda tonalità vocale di Stan, e dal consueto incedere melodico in cui viene pienamente rispettata la classica struttura della canzone AOR – strofa/bridge/chorus e così via. Prodotto da Curt Cuomo, che in passato ha prestato la propria opera anche ai Kiss e ad Eddie Money, il disco sembra creato apposta per accompagnarvi “on the road” lungo le interminabili motorways americane (tranquilli, va bene anche per le incasinatissime autostrade italiane…): brani ben definiti e di facile presa in cui la chitarra è assoluta protagonista, relegando così le tastiere ad un ruolo rivolto essenzialmente alla cesellatura del sound. Noto con piacere che non si è abusato della tanto facile quanto scontata abitudine di farcire il disco con ballatoni strappalacrime: i lenti ci sono, intendiamoci, ma ascoltatevi la title-track oppure la conclusiva “Lonely Won’t Leave Me Alone” e capirete cosa voglio dire. Tra i pezzi da segnalare, citerei senza dubbio l’opener “What I’ve Got Is Real”, la rootsy “Some Things Never Change” e la ritmata “Don’t Let Me Down”, il pezzo più “robusto” dell’album. Per concludere, un disco che pur non stupendo per innovazione e progressione, conferma la ancora brillante verve compositiva di questo storico personaggio della scena AOR.

Scroll To Top