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  • Star Fucking Hipsters: Until We’re Dead

    Star Fucking Hipsters

    Data di uscita: 26-09-2008

    Loudvision:
    Lettori:

Please don’t play these songs on the radio

Con tutto il dovuto rispetto e il bene che ancora vogliamo a Fat Mike, ormai non è difficile immaginarlo stravaccato negli uffici della Fat Wreck che si strafoga di stuzzichini vegani, guarda il wrestling in TV e ascolta distrattamente i demo che gli arrivano, approvando qualunque cosa abbia due chitarre distorte e una voce che urla. E speriamo fortemente che sia così, speriamo fortemente che la pubblicazione di “Until We’re Dead” da parte della label del caro Mike sia solo frutto di un tragico errore di distrazione, perché altrimenti i segni della fine del mondo (o almeno di UN mondo) ci sono tutti.

I cinque newyorkesi Star Fucking Hipsters, provenienti da varie band più o meno famose della scena ska/punk locale, si presentano con un disco che definire eterogeneo è poco. A voler essere indulgenti, potremmo dire che “Until We’re Dead” appare come il frutto di una cronica indecisione sulla direzione da prendere, forse dettata dal diverso background musicale dei membri della band. Ma a voler essere meno indulgenti, o semplicemente obiettivi, risulta lampante che il problema non è l’indecisione: gli SFH tentano di mascherare la loro assoluta mancanza di originalità propinando un campionario di generi tanto variopinto quanto disonesto e vuoto.

Siamo onesti: prese di per sé, le tracce di questo album non sono nemmeno disprezzabili e potrebbero persino piacere a chiunque abbia vissuto gli ultimi vent’anni della propria vita chiuso in un bunker insonorizzato. Canzoni piatte, prevedibili, quasi commoventi per come non riescono ad agganciare un ritornello orecchiabile nemmeno quando lo cercano disperatamente. Canzoni che vorrebbero essere sporche perché Scott Sturgeon le canta male, e che vorrebbero essere pulite e radiofoniche perché gli altri le suonano senza guizzi. Canzoni talmente derivative che è subito possibile cogliere non solo il genere a cui si rifanno, ma anche il gruppo che scimmiottano e, a volte, la canzone preesistente che plagiano.
Insomma, musica anni duemila come ce n’è tanta.
[PAGEBREAK] Il vero guaio è che questi tredici brani mediocri si combinano a formare un solo album che miracolosamente risulta inferiore alla somma delle sue non già eccelse parti. Perché gli SFH, quasi fossero consapevoli della loro mancanza di talento, provano a confondere le acque svariando tra i generi e sottogeneri più diversi, colpendo cerchi e botti come se piovessero e tentando di accalappiare quanti più giovani alternativi inkazzati possibile, dal punkettaro melodico politicizzato all’hardcorer anarchico, dall’adolescente ubriaco che vuole un anthem da pogare a quello introspettivo che cerca una ballad per pensare. E il risultato, oltre a essere di una vuotezza e un’impersonalità che sgomentano, tocca sbigottite vette di ridicolo quando si fanno convivere nello stesso CD i ritmi ska di “Snitch To The Suture” con quella sorta di death metal dei poveri, tutto gargarismi e tapping, che è “The Path Is Paved”.

Ma insomma, chi credono di prendere in giro? “Until We’re Dead” sembra una di quelle sconclusionate compilation che la Epitaph pubblicava quindici anni fa per far conoscere il mondo della new-wave punk agli influenzabili giovincelli di allora: peccato che da allora la musica sia un tantino cambiata e che la funzione di una compilation e quella di un album non dovrebbero propriamente equivalersi.
A casa!

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