Home > Recensioni > Star Trek Beyond

Tutti coloro che sono rimasti affascinati dai primi due capitoli della saga di Star Trek riportata sul grande schermo da J.J. Abrams saranno ansiosi di sapere come se la sia cavata il team di nuove reclute alla regia e sceneggiatura di “Star Trek Beyond”: mi riferisco a Justin Lin e agli scriba di questa terza avventura del reboot, ovvero Simon Pegg e Doug Jung, entrambi per la prima volta autori delle avventure dell’Enterprise.

Verdetto: abbastanza bene. Non riesco a sbilanciarmi ulteriormente, perché nonostante mi sia presa anche più del tempo dovuto per pensarci, la mia opinione del film non è ancora limpida e ciò è dovuto al fatto che fin da quando è iniziata la proiezione del film in sala non ho potuto fare a meno di pensare: “non vedremo Anton Yelchin nei panni dell’adorabile Checkov un’altra volta”. È una distrazione tetra che sorprende me per prima, ma è impossibile non notare come la tragica, assurda, imprevedibile scomparsa di quel giovane attore di talento abbia proiettato un’ombra su ogni scena del film in cui il suo personaggio alleggerisce l’atmosfera, ma anche dove non compare, anche in quei momenti in cui il film ricorda un’altra morte, quella dello storico Spock aka Leonard Nimoy.

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Ma torniamo per ora al film, nell’insieme. In “Into Darkness” avevamo lasciato i nostri eroi all’inizio della missione quinquennale di esplorazione oltre i confini conosciuti dell’universo, un’impresa mai tentata prima, o meglio non in questo nuovo filone narrativo della saga. Dopo un prologo molto leggero e divertente con gli irosi Teenaxi, la bellissima sequenza iniziale ci porta a bordo dell’Enterprise nel suo terzo anno di navigazione, e la voce fuori campo del capitano Kirk (Chris Pine) illustra la routine del 966mo giorno nello spazio, che è esattamente uguale a tutti quelli che l’hanno preceduto. L’atmosfera è ironica ma sospesa: Kirk è stanco e annoiato, alla ricerca disperata di nuove avventure degne di questo nome… Forse un po’, ci viene da chiederci, come il film stesso ed i suoi autori?

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Ed ecco che, una volta arrivati alla base spaziale più avanzata e remota della Federazione (che paradossalmente ha il nome piuttosto vintage di Yorktown, e tra l’altro ricorda quella di “Elysium”), dove con molta eleganza si accenna alla tanto dibattuta omosessualità di Mr Sulu (John Cho), si materializza improvvisamente la svolta narrativa nelle sembianze di un’aliena damigella in pericolo che chiede aiuto per il suo equipaggio, scomparso in una nebulosa sconosciuta. Così, molto frettolosamente e con vistosa ingenuità, i nostri eroi vengono catapultati nell’avventura che li vede nel giro di pochi minuti attaccati dal nemico di turno, stavolta un tipo rozzo (un Idris Elba irriconoscibile anche nella voce) che nonostante l’evidente letalità non riesce davvero ad entrare sottopelle. L’Enterprise e quelli che del suo equipaggio non sono stati fatti prigionieri rovinano in vari punti di un pianeta sconosciuto ma dall’aspetto vagamente terrestre, e dovranno trovare il modo di uscirne vivi e sconfiggere il temibile Krall (il già citato Elba), sventando poi il suo piano di distruzione.

Proprio con l’apparizione di Krall il film cambia natura ed entra a curvatura in azione, concedendo poche soste e concentrandosi anzi in lunghe sequenze di scontri — talvolta anche un po’ troppo lunghe —, costellate dalle pungenti osservazioni di Bones (Karl Urban) che strappa una risata a tutti e trova l’ideale spalla comica in Spock (Zachary Quinto). Spoiler: Spock ride.

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La nebulosa, l’atterraggio di fortuna e la prigionia su di un pianeta sconosciuto, la comicità beffarda dell’equipaggio sono ingredienti classici di Star Trek: l’impressione è che Justin Lin si sia voluto riavvicinare alle origini della serie molto più di quanto Abrams avesse mai inteso fare, e la morte di Nimoy, dunque — spoiler! — anche dello Spock del futuro, sembra accentuare ancora di più l’impronta nostalgica del film.

Star_Trek_Beyond_Character_1_Sheet_ChekovUna nostalgia intesa come celebrazione del passato, ma che alla luce di quell’altro evento funesto si tinge ex post di malinconia in maniera quasi paradossale: quando Bones e Kirk brindano alla salute di un uomo morto (il padre di Kirk) con il liquore sottratto a Checkov, che quindi non è presente; quando Spock, con la voce rotta parla con Bones della morte dell’anziano Vulcaniano ed è uno di quei momenti in cui appare evidente che la realtà si fonde con la finzione, che quella tristezza non è simulata (l’attore era amico di Nimoy); quel brindisi finale “agli amici assenti” (“to absent friends”), sono tutte scene che è difficile non caricare di ulteriore significato, un po’ come quell’ ”Always” di Severus Piton ci ricorderà sempre la morte improvvisa di Alan Rickman.

Una parola per le due donne del film, che sono ancora una volta personaggi fondamentali: scomparsa inspiegabilmente Alice Eve, la quota rosa di rilievo dell’Enterprise è solo la tostissima Uhura (Zoe Saldana) senza la quale i nostri eroi sarebbero perduti, e sul pianeta conquistato da Krall conosciamo anche la bellissima Jaylah (Sofia Boutella) della quale viene voglia di sapere molto di più. In quanto al villain di Elba: poco incisivo, è mosso da ragioni personali di vendetta che non convincono molto e certamente non coinvolgono come quelle del predecessore Khan… mi vien da dire solo “che peccato”.

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Nonostante non ci siano scene dopo i titoli di coda principali, forse vorrete rimanere finchè sullo schermo non si susseguono due dediche:

In Loving Memory of Leonard Nimoy

For Anton.

Pro

Contro

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