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  • Star Wars: Gli ultimi Jedi

    Diretto da Rian Johnson

    Data di uscita: 13-12-2017

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Il progetto della nuova trilogia di Star Wars, una volta doppiata la boa del capitolo centrale (in ogni racconto tripartito tradizionalmente il più difficoltoso e insieme rutilante, con maggiore libertà narrativa non avendo obblighi di presentazione e chiusura dell’intreccio), prende forma definita e consistenza, lasciandoci intravedere squarci del futuro che ci attende tra un paio d’anni, come le visioni che Rey e Kylo Ren hanno di continuo in un segmento fondamentale del film.

Innanzitutto, non preoccupatevi, non riveleremo nessun dettaglio di trama, anzi della trama non parleremo proprio, uniformandoci alla psicosi da spoiler, incubo di ogni recensore e insieme legittima richiesta del lettore/spettatore, che può usufruire del testo a seguire anche (oserei dire, e sperare, soprattutto) prima della visione, come guida alla lettura di uno spettacolo a tratti complesso e stratificato, a tratti porto davvero col cucchiaino con scarsissima fiducia verso il fruitore.

Ma andiamo con ordine. “Star Wars: Gli ultimi Jedi”, ottavo episodio della serie per quei due o tre al mondo che non lo sapessero, s’inserisce pienamente nel canone, apportando un numero rilevante di cambiamenti, non tutti a segno ma comunque finalizzati verso l’obiettivo principale: portare la Galassia lontana lontana nella realtà vicina vicina, mettere ancor più in primo piano rispetto a “Il risveglio della Forza” di J.J.Abrams lo scontro generazionale, i rapporti padre/figlio, mentore/allievo, amore/amicizia, permettendo allo spettatore di ogni età di trovare il proprio punto d’accesso attraverso un personaggio, una situazione, un comportamento.

Il lavoro di Rian Johnson, in fase di regia e di scrittura, vista la difficoltà e le enormi aspettative di cui era inevitabilmente caricato, è sontuoso. Indovina tante sequenze, i rapporti di scala tra l’immensamente grande e l’infinitamente piccolo, la scansione narrativa, ma è come se avesse bisogno di tempo per ambientarsi.

L’avvio è davvero faticoso, e i forti tratti di umorismo fanno temere l’ennesima svolta comedy in stile “Thor: Ragnarok”, da cui ci si terrà per fortuna alla larga. Perché anche quell’umorismo ha una finalità, quella di mettere fortemente in dubbio le azioni della nuova generazione di eroi e villain, dal Generale Hux di Downhall Gleeson, che qui prende meritatamente più spazio, al Kylo Ren di Adam Driver, passando per il Poe Dameron di un sempre più bravo Oscar Isaac, magnifico scavezzacollo dal cuore puro.

Una generazione che verrà continuamente denigrata, da maestri ed avversari, ma che è depositaria di una forza (con o senza la F maiuscola) capace di ribaltare posizioni consolidate al solo scatenarsi, l’irruenza del nuovo che spazza via il vecchio con la rabbia e il furore di chi cerca il proprio posto nel mondo ed è finalmente disposto a prenderselo.

L’aggiornamento della mitologia lucasiana segue lo “spirito del tempo”, non si arrocca in un solipsismo autoriferito e teorico, errore madornale che Lucas commise con la trilogia prequel, che continuava a parlare alla stessa generazione della trilogia originale dimenticando di conquistare le nuove generazioni, anzi quasi respingendole. Ricordate lo sconcertante inizio de “La minaccia fantasma”, con il testo introduttivo pieno di Federazioni, ratifiche e tassazioni delle rotte, paradossalmente perfetto per introdurre il bignamino di scienze politiche che sarebbe poi stata la trilogia? Qui invece la semplicità è estrema, tre frasi in croce a raccordare il film precedente e siamo già in pieno spazio.

Non possiamo non parlare della Forza, che in questo film torna ad avere un ruolo preponderante. In tutta la prima parte, il segmento sul pianeta di Anch-To con Rey (una Daisy Ridley fisicamente diversa dal film precedente, e questo è un problema non da poco per la sospensione dell’incredulità, almeno all’inizio) e Luke Skywalker serve a dare ampiezza e nuove basi teoriche, più solide, al Mito, rendendolo allo stesso tempo interpretabile, modellabile, aprendo al relativismo. Ecco un esempio di quello che dicevamo qualche riga fa, di come porzioni di realtà contagino e influenzino la Galassia, molto più che in passato. Ci sarà chi darà una lettura populista a questa nuova Forza democratica e antielitaria, e chi invece, come chi vi parla, pensa che non vi fosse modo più commovente per tirarla giù dal piedistallo dei predestinati con i midiclorian nel sangue per portarla alle masse, agli ultimi del mondo, agli emarginati.

Lo spazio a disposizione è già quasi terminato, e non abbiamo ancora detto praticamente nulla, ma non è questa la sede per dilungarsi ed analizzare a fondo, ci sarà tempo per farlo nei prossimi giorni e nei mesi a venire. Dopo tanta teoria, è il momento di rassicurarvi sulla dimensione spettacolare e puramente ludica, che non vi deluderà. 152 minuti che filano via in un lampo, densi e serrati, pieni di battaglie navali, inseguimenti, decine di nuove creature, mondi mai visti da esplorare. Il momento “Mos Eisley”, la visita nel locale pubblico, questa volta è un’incursione ai piani alti, una lussuosa casa da gioco dove i ricchi e i mercanti di armi di ogni angolo della galassia gozzovigliano e si divertono. Ed è un momento che richiama quasi la saga di 007, con Finn (John Boyega) e la new entry Rose (Kelly Marie Train) alla ricerca di un uomo fondamentale per la riuscita di un importante piano per la salvezza della Resistenza.

I mercanti d’armi dei piani alti, si vede in una sequenza, riforniscono l’una e l’altra parte, la Resistenza e il Primo Ordine. Il losco DJ (Benicio Del Toro) è uno Han Solo che non tornerebbe mai a salvare Luke dai caccia imperiali, è la nuova generazione dei contrabbandieri spaziali, capace di un gesto gentile solo quando è convinto di aver rubato abbastanza. Ancora il relativismo, questa volta politico, il disincanto, la complessità del reale che contamina il fantastico e lo rende, possiamo dirlo, ancora più interessante.

Dobbiamo davvero chiudere, e l’ultimo cenno DEVE forzatamente andare ai vecchi eroi, imbolsiti, cambiati nel corpo e nell’anima, ma ancora vivi e presenti. Mark Hamill Carrie Fisher non hanno alcun bisogno di recitare, sono icone in movimento, puro segno grafico, capaci di ritornare al centro della scena dopo il momento di maggior difficoltà, il momento dello sbaglio e del dubbio. Questi vecchi fratelli Skywalker sono gli sciamani che ci orientano nel viaggio, accolgono arrivi e ritorni (uno in particolare vi farà felici), tanto umani nella loro fragilità emotiva quanto supereroi dai poteri immensi.

Il film è ovviamente dedicato alla principessa Fisher, scomparsa fra le stelle. Quanto vorrei commentare con voi e per voi una sequenza in particolare legata a Leia, quella più epica e spudorata, che mi ha lasciato interdetto e sulla quale non riesco a trovare un giudizio unanime, che mi attrae e mi repelle. Mi sono sintonizzato anch’io sul relativismo: non ci sono risposte certe, non ci sono eroi manichei e bidimensionali, ma creature umane, umanoidi e aliene, che devono compiere solo una scelta, quella più importante: piegare la testa (“non si vedono le bandiere imperiali se non si alza la testa”, diceva Jin Erso nel bellissimo “Rogue One”) o guardare, dopo una dura giornata di lavoro, il cielo stellato, sperando e sognando un futuro diverso, desiderando di far parte della Storia.

Il conto della rovescia per Episodio IX è appena iniziato, e un po’ temiamo il ritorno di Abrams alla regia, impaginatore talentuoso di superfici. Rian Johnson, come Gareth Edwards l’anno scorso, come Denis Villeneuve con Blade Runner, supera l’esame del block buster e rilancia la sua immagine di autore mainstream. Rimarrà “soltanto” un Irvin Kershner? Staremo a vedere anche questo.

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