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Statuto: Rabbia e stile

Gli Statuto, storica mod band torinese, sono tornati quest’anno a suonare nella loro città dopo sette anni di volontaria assenza. Per l’occasione del primo concerto, tenutosi l’11 febbraio all’Hiroshima Mon Amour, hanno invitato alcuni dei loro amici sul palco con loro e ne hanno ricavato un disco dal vivo.
Abbiamo intervistato oSKAr, da sempre voce del gruppo.
Partendo dal disco, abbiamo parlato della cultura mod, passando per il calcio, l’impegno sociale e, ovviamente, la musica.

Avete registrato “Undici” per celebrare il vostro ritorno a Torino dopo sette anni di auto esilio, che avevate scelto per via di comportamenti sgradevoli da parte di una certa parte del mondo musicale torinese. Cosa vi ha portati a ritornare?
In questi lunghi sette anni ci è stata la possibilità di avere dei chiarimenti e soprattutto dei riconoscimenti, non tanto dal punto di vista degli Statuto in sé, come artisti musicali, quanto proprio verso la cultura mod e la scena mod torinese, che è una realtà unica nel panorama italiano.
Questi riconoscimenti sono culminati con la serata del Traffic Festival dedicata proprio alla musica ascoltata dai mods, con Paul Weller e gli Special sul palco e alla quale siamo stati invitati a suonare anche noi.
È stato il massimo riconoscimento che la cultura torinese potesse dare a noi mod e quindi i presupposti per continuare nel nostro auto esilio non c’erano più.

Che emozione è stata per voi tornare a suonare nella vostra città?
Ci dava dei dispiaceri il non poter suonare a varie iniziative a Torino, come per esempio al concerto per il nostro amico Gigi Restagno, scomparso nel ’97, che organizzavamo noi senza però poterci suonare.
Oppure la serata per Piero “lo Skin”, un altro dei nostri amici scomparsi, un evento che a Torino è importantissimo e in cui di nuovo non potevamo suonare, o ancora alcune iniziative di solidarietà: Filadelfia, operai, BlackOut, un sacco di momenti d’incontro a livello cittadino ai quali non potevamo partecipare suonando ma solo facendo presenza.
Questa quindi è la prima cosa che ci ha fatto piacere e ci ha dato consapevolezza di quanto sia bello suonare nella nostra città.

Parlando del disco, in “Undici” e per le date del tour successivo avete deciso di suonare senza la sezione fiati, con la sola chitarra e le tastiere per la parte melodica. Perché avete preso questa decisione?

Il tour in realtà l’abbiamo fatto anche senza le tastiere e con due chitarre, perché abbiamo provato e verificato che il suono più elettrico ci da, in uscita, un prodotto sonoro molto più compatto e diverso dal solito, da come eravamo prima; riusciamo a fare più canzoni, magari un po’ più veloci, perché sono riarrangiate: le parti dei fiati sono tagliate, non sostituite.
C’è una fluidità che prima non avevamo; prima c’erano altre caratteristiche, altre peculiarità, in questo modo ce ne sono altre ancora.

Per l’occasione di “Undici”, come dicevamo prima, avete invitato sul palco con voi vari artisti vostri amici. Quali sono i vostri rapporti col mondo musicale italiano per quanto riguarda gli artisti?
Com’è normale e giusto che sia nel nostro ambiente non possiamo avere legami d’amicizia con tutti, però ne abbiamo alcuni intensi con artisti come con Marino Severini dei Gang e con Ron per esempio. Con Ruggeri siamo amici da quasi vent’anni e avevamo fatto i Cantagiro insieme e questa cosa è sfociata nella condivisione di un pezzo su un tema sul quale abbiamo la stessa visione, l’amore per il calcio di una volta. La collaborazione porta a collaborazione, è molto bello avere dei collegamenti fra amici musicisti e credo che sia una cosa formativa per tutti.

È molto bello il fatto che la passione per la musica riesca a trascendere i generi musicali.
Sì, in mondi che sembrano così lontani come potrebbe essere il nostro con quello di Ron poi in realtà ci sono delle affinità che sono invece così immediate e impensate che saltano fuori appena si suona insieme. Addirittura noi a gennaio faremo uno spettacolo con sole canzoni di Ron dell’81-’82 rivisitate completamente da noi. Anche se sembra una cosa che può suonare bizzarra in realtà suona proprio bene, e quindi sono quelle cose che uno va a scoprire e poi a proporre e con cui ottiene anche delle gratificazioni.

Fra le collaborazioni, c’è anche quella coi Righeira, che hanno cantato per voi su “Sole, Mare” e di cui voi avete suonato la cover di “Vamos A La Playa”, quest’ultima uscita proprio nel 1983, anno di fondazione degli Statuto. Quali sono i ricordi del mondo musicale- torinese e non solo- di allora?
C’era un fermento decisamente notevole; era molto più difficile avere una visibilità su un grosso pubblico, ma era molto più facile poter suonare, potersi incontrare: c’erano un sacco d’iniziative dove i gruppi esordienti potevano esibirsi e i locali davano molte più possibilità ai gruppi che suonavano musica propria, anzi, i gruppi che facevano cover erano pochissimi.
Adesso credo che sia molto più difficile, mi rendo conto che gli adolescenti, quelli che hanno vent’anni oggi si trovino davanti ostacoli molto più grossi da superare.

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Quando andaste a San Remo con “Abbiamo vinto il festival di San Remo”, ironizzavate sui compromessi che molti musicisti sono disposti ad accettare per avere successo. Voi compromessi non ne avete accettati e ancora oggi suonate quello che vi piace.
il fatto è che noi non potremmo essere altro che quello che siamo perché ciò che ci ha sempre spinti e motivati a suonare è il fatto di sapere che ci sono i mods, che agiscono.
Se gli Statuto fossero diventati un qualcos’altro non sarebbero più stati gli Statuto. Noi veramente non potremmo avere un’altra identità o un altro indirizzo artistico in senso globale; poi, musicalmente, si possono veramente toccare tutti i generi, si può sperimentare tutto quello che si vuole, ma quello è un altro discorso, però il modus vivendi, il senso degli Statuto è quello dell’inizio e sempre resterà lo stesso.

Qual è il rapporto che avete con il vostro pubblico?
È un rapporto stretto, noi non abbiamo fan, abbiamo degli amici che ci appoggiano e si divertono con noi e che fanno divertire noi. Ci danno anche dei consigli, ci raccontano le loro storie, evidenziano problematiche, ci criticano,perché sanno che con noi c’è modo di potersi esprimere, di far sentire la propria voce attraverso le nostre canzoni e i nostri concerti, e questa è una cosa molto bella, sicuramente non abbiamo il rapporto che hanno le rockstar con i propri fan e questo mi sembra che sia una cosa ovvia, della quale non ci vergogniamo assolutamente.

Parliamo dei temi delle vostre canzoni. Il calcio ad esempio è molto presente nelle vostre canzoni e avete ospitato Paolo Pulici, uno degli idoli del Toro, sul palco con voi. Che cosa rappresenta il calcio per voi?
Siamo gente del popolo, come si dice, e il calcio è un fenomeno popolare. La passione coinvolge il senso d’appartenenza; il tifo per una squadra di calcio permette di sentirti parte di un qualche cosa che diventa importante nel momento in cui comincia la partita, lo spettacolo: uno spettacolo atletico e sportivo, collegato a quello della partecipazione dei tifosi.

Quali sono per voi gli aspetti più belli del tifo?
Il bello di andare in trasferta, andare in altre città, incontrarsi e conoscersi: questo è un fenomeno bellissimo a nostro parere e ci coinvolge veramente molto.
Ultimamente c’è una forte repressione nei confronti dei tifosi organizzati proprio perché si tende a far rimanere a casa i tifosi a guardare le partite in pay-tv, il calcio spezzatino: si comincia venerdì si finisce lunedì, ed è un grosso peccato perché noi crediamo molto nel rito della domenica pomeriggio, nella condivisione fra tutti i tifosi, quelli più giovani con quelli più anziani.
Le trasferte, il pranzo… sono cose che veramente per tanti anni hanno alimentato la domenica della gente normale, della gente popolare come noi e che adesso ci stanno portando via.

In canzoni come “Controcalcio” vi schierate proprio contro questi cambiamenti, contro quello che viene definito il calcio moderno, in cui vedete prevalere gli interessi commerciali sulla passione sportiva.

Sì, un calcio che non è più a misura d’uomo, dove ci sono tre o quattro squadre, cinque al massimo, che hanno maggior visibilità e le altre sono delle sparring partner, che servono per far giocare questi squadroni.
Invece mancano le realtà locali, l’importanza del calcio di provincia, le squadre un po’minori rispetto agli squadroni, la bellezza di avere delle squadre con una forte identità: da uno a undici con qualche riserva, non una squadra di ventidue elementi.
Quella misura d’uomo che permetteva d’identificarsi col più totale coinvolgimento con quella che era la tua squadra del cuore.

Parliamo dunque del tifo organizzato. Per voi che lo vivete dunque, che cos’è davvero il tifo ultras?

È un modo di vivere il calcio con un forte senso d’appartenenza, radicato in quella che è la tua tradizione locale, la tua famiglia, è molto importante anche quello: il padre e il figlio, l’identificazione che hai nella tua squadra di calcio, il far parte di un qualcosa, la condivisione appunto.
Avere un avversario che però rispetti con lealtà, la mentalità di quello che dovrebbe essere lo sport portata nel tifo: questo è il significato dell’essere ultras, di quando si parla di mentalità ultras.

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Come vedi gli episodi di violenza da parte di tifosi organizzati?

Ovviamente, come in tutti i campi della nostra società e del nostro sistema, ci sono, diciamo così, schegge impazzite, oppure c’è la mercificazione o c’è la strumentalizzazione da parte vuoi talvolta della malavita vuoi talvolta dalla politica. Ci possono sempre essere ovviamente, fa parte del sistema, il calcio poi è un fenomeno molto esposto.
Ci può sempre essere una contaminazione negativa di un grosso fenomeno ma sicuramente, come abbiamo sempre sostenuto, oggi più che mai, il tifo ultras è la parte più pulita del calcio.

Voi avete dedicato “È Già Domenica” a Gabriele Sandri e “Un Ragazzo Come Me” a Matteo Bagnaresi. Come avete interpretato gli episodi tragici che li hanno riguardati?

Non si può certo parlare di queste due morti come violenza collegata al calcio. Gabriele è stato assassinato nel modo che sappiamo, Matteo è stato investito da un pullman in una stazione di servizio, quindi non c’entrano niente con quello che viene ricondotto alla violenza tra gruppi organizzati. Questi fatti a mio parere parlano da soli. Ciò che accomunava Gabriele e Matteo era il fatto di andare in trasferta a seguire la propria squadra del cuore, nient’altro.

Voi avete anche suonato per tifoserie di squadre diverse: è questa comunanza di visione sul calcio che permette di trovare tra tifosi avversari un punto d’incontro?

Sì, questa infatti è la migliore dimostrazione che certi valori vanno al di sopra della rivalità sportiva. Prova del fatto che siamo stati invitati a suonare, per esempio, addirittura anche per tifosi del Brescia, con i quali abbiamo sempre avuto una fortissima rivalità, eppure ci hanno invitati a suonare per la loro celebrazione con un’accoglienza calorosissima: c’hanno trattati non da amici, di più, e questo dimostra che lo spirito del tifoso ultras è quello della lealtà e della mentalità da avversari, non da nemici.
Questa è una cosa molto bella e permette veramente d’incarnare lo spirito dello sport; lo sport si vede più sugli spalti, tranne giornalisti, osservatori e compagnia bella, che non sul terreno di gioco.

Un altro tema molto presente nelle vostre canzoni è quello dell’impegno sia sociale che politico.
Sul disco c’è una serie di canzoni come “Alta Velocità”, “In Fabbrica”-scritto insieme ai Gang.
Certo, ce ne sono, ad esempio ci sono anche “È Tornato Garibaldi” oppure “Vattene Sceriffo”, contro l’imperialismo americano e di ogni tipo.
Fermo restando che siamo perfettamente consci del fatto che con una canzone non si può cambiare il mondo, lo stato delle cose, crediamo però che possa essere utile fare riflettere e sensibilizzare chi ci ascolta. Parliamo comunque di argomenti per noi sempre tangibili, concreti, non ci riempiamo la bocca di parole retoriche perché fa tanto bello fare i ribelli per poi essere assorbiti dal sistema.

In “Ghetto” parlate di chi vive in quartieri difficili.
Noi siamo della classe proletaria, raccontiamo quello che viviamo tutti i giorni: la lotta contro l’alta velocità, il diritto al lavoro non precario e non sotto il ricatto dei padroni, le metropoli e i disagi metropolitani, o il fatto che in Italia non ci debba essere razzismo, che debba essere unita e multietnica.
Sono tutte cose che viviamo in prima persona e delle quali siamo profondamente convinti e sostenitori e quindi, così come lo siamo nella vita, lo siamo quando cantiamo.

“I Campioni Siamo Noi” era dedicata agli operai della Fiat.

Sì, e quando l’abbiamo fatta non avevamo ancora visto tutto perché eravamo nel 2001, adesso è ancora peggio. Loro che non ne erano responsabili hanno pagato sulla loro pelle la mala gestione della Fiat.

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Cos’è per voi il Modernismo?
Non solo per noi: ognuno può spiegarsela come vuole, ma il Modernismo è uno ed è avere un senso della propria individualità, dandogli massima importanza e massimo rispetto, sapendo di non essere un numero in mezzo alla massa ma invece di contare molto.

Come definiresti l’essere mod?
Cercare di essere qualcuno non certo per quello che si ha ma per quello che si è, e quindi rifiutare l’omologazione, la massificazione, le mode, cercando di trovare sempre il meglio prima degli altri in ogni tipo di cultura e di provenienza.
La cultura mod infatti è la prima cultura apolitica che ha però saputo costruirsi in modo multietnico: la musica afroamericana e quella giamaicana con gli scooter e l’abbigliamento italiano ed europeo.
Definirei dunque essere mod la miglior risposta per vivere in questo sistema che non ci piace.

E quindi come vi rapportate nei confronti del sistema?

Senza mai assolutamente autoghettizzarci, noi vogliamo far parte del sistema, cercando di cambiarlo e migliorarlo dall’interno, quindi siamo presenti in tutti i modi in tutto quello che si può, perché crediamo veramente che con l’azione e l’organizzazione si possano fare anche cose belle e avere sempre un importanza come individui sia come gruppo di mods sia come persone da sole.

Voi prendete il vostro nome da piazza Statuto, da più di trent’anni luogo di ritrovo dei mods torinesi, e le avete anche dedicato l’omonima canzone.
Dicevi prima che la scena mod torinese è unica in Italia per vitalità e attività.

A Torino la tradizione mod ha sempre avuto una grossa rilevanza, ci sono sempre serate, eventi, pubblicazioni indipendenti, programmi radiofonici, tante cose, quindi siamo molto orgogliosi di questo, ci piacerebbe che la cosa fosse diffusa a livello nazionale e non solo. In realtà di scene così attive, così numerose come la nostra ne conosco molto poche, al momento non me ne sovviene quasi nessuna.

Secondo te questo può essere dovuto all’attualità del Modernismo anche per i giovani?
Per forza, sicuramente la cosa più importante è che la maggior parte dei mods di piazza Statuto sia intorno ai diciotto – vent’anni. Adesso in piazza Statuto ci sono quattro generazioni: quelli che hanno quarant’anni, quelli che ne hanno trenta, quelli che ne hanno venti e i ragazzini di quindici – sedici, e questo è molto bello, e ovviamente i ragazzi devono trovare quella risposta che dev’essere, come dicevo prima, a un sistema che non ci piace.

È bello che la cultura mod riesca a legare differenti generazioni, cosa peraltro non facile.

Sì, se si è mod lo si è per la vita. Pur essendoci ovviamente necessità e impegni che condizionano la diversa età, però nel momento in cui c’è da divertirsi, ci sono da fare delle cose serie e impegnate, organizzare qualcosa o suonare, come ad esempio è con gli Statuto, le barriere legate alle diverse età non esistono: piazza Statuto e gli Statuto ne sono la dimostrazione tangibile.

Avete scritto anche canzoni che parlano d’amore e di altri argomenti che riguardano la vita personale e quotidiana. Questo fa parte del voler cantare a proposito delle vita in ogni suo aspetto?

Sì, aspetti sentimentali, aspetti ludici… Il divertimento è fondamentale e le emozioni legate ai sentimenti, alle questioni personali sono importantissime per ognuno di noi.
Siccome anche noi facciamo parte di questo mondo le viviamo e in qualche occasione le abbiamo raccontate nelle nostre canzoni.

Come componi solitamente? Parti prima da un testo o da una melodia?
Parto sempre prima dalla musica e poi ci faccio sopra il testo.

Avete sempre cantato in italiano nonostante vi ispiraste a gruppi inglesi, cosa ha motivato questa scelta?
Due motivi fondamentali: il primo è che per noi era fondamentale farci comprendere in maniera immediata e diretta da chi ci ascoltava – e non è che cantassimo in televisione oppure sui network, cantavamo ai concerti in città etc – quindi in sostanza per fare uscire il nostro messaggio, il messaggio dei mods, in modo forte e chiaro.
Il secondo motivo è che io non so assolutamente una parola d’inglese quindi non sarei comunque stato capace!

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Ultima domanda: ti senti di dare qualche consiglio ai ragazzi che suonano e che vivono le loro culture legate alla musica e non solo?
Premesso che non mi permetto di dare consigli a nessuno, però vista l’esperienza, dopo tanti anni è normale che chi ha vissuto di più dia delle dritte a chi ha ancora tante cose da fare.
Il consiglio è quello di essere sempre sinceri, fare sempre quello in cui si crede e quello che piace, mai fare qualcosa sperando poi di arrivare a qualcos’altro, perché se non sei figlio di o non sei amico di o il compagno di e fai delle cose nelle quali non ti identifichi veramente, che non sono farina e frutto del tuo vivere quotidiano non vai da nessuna parte.
Quindi in definitiva fare sempre quello che fa piacere fare, credere in quello in cui si crede fino in fondo.
La veridicità, sia dal punto di vista artistico che ideologico, è quella che ti permette di andare avanti negli anni.

Gli Statuto sono da quasi trent’anni una garanzia di ottima musica: sono stati capaci di crescere e maturare rimanendo sempre se stessi, fedeli alla loro cultura e alle loro idee. Se avete la fortuna di poterli vedere dal vivo, non perdeteveli!

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