Home > Recensioni > Stephin Merritt: Obscurities

Gli amici sono importanti, ricordiamoci gli amici

OK, conosciamo Stephin Merritt come l’Esempio della varietà nella ripetizione: anche se fa sempre la stessa cosa, può farla anche bene e/o non è affatto detto che sia noiosa. È questo il concetto del quarto album “solista” dello gnomo scorbutico dei Magnetic Fields: non è Merritt in solitaria che strimpella “ukulele me” per 1’08”, è piuttosto un gustoso raschiamento del fondo del barile «Magnetic Fields dei tempi migliori».

Esclusi 5 inediti, l’album raccoglie b-side e cosucce fatte anche con gli altri suoi 67 gruppi con nomi strani. Quello che i fan di Cobain auspicano quando esce un cofanetto dei Nirvana che gracchia insoddisfazione e che invece accade ai fan di Merritt, a conferma che è lui il vero messia degli anni ’90… Di quegli anni infatti ne trovate a bizzeffe, e “Obscurities” diventa una piacevolissima macchina del tempo.

“Obscurities” ci rassicura sul futuro della carriera solista di Merritt ricordandoci che Merritt da solo rischia la vita. Le tre precedenti esperienze solo avevano alcuni elementi di interesse sepolti in una mare di sperimentazione un po’ troppo stranina per i gusti sempliciotti degli appassionati dei Magnetic Fields. Forse la presenza di Merritt in così tanti gruppi da lui stesso fondati è un onesto tentativo di temperare la sua parte “oscura” (leggi brutta, non tenebrosa): “Obscurities” è la prova che Merritt è sì un po’ genio, ma non da solo.

Pro

Contro

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