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Finalmente arriva in sala anche nel nostro Paese uno dei biopic più attesi fin dall’annuncio dell’inizio della lavorazione, quello “Steve Jobs” scritto da uno degli sceneggiatori più amati (ma anche più odiati) del momento, Aaron Sorkin (“The Social Network” e “L’arte di vincere” per il cinema, “The Newsroom” per la tv, per ricordare solo i suoi ultimi lavori), liberamente tratto dalla biografia autorizzata e ufficiale pubblicata da Walter Isaacson nel 2011.

Il film arriva da noi in piena stagione di premi, e rischia di pagare al botteghino la fredda accoglienza da parte dell’Academy e delle varie Guild assegnatrici: Michael Fassbender/Steve Jobs ovunque nominato e ovunque perdente, sostanzialmente ignorate produzione e regia, Sorkin vincitore del Golden Globe ma fuori dalla cinquina degli Oscar e, soprattutto, incassi molto deludenti negli Usa.

Trionfatrice assoluta Kate Winslet, invece, bravissima nel ruolo dell’assistente/ombra di Jobs, Joanna Hoffman, fresca anche lei di Globo e assoluta favorita anche per l’Oscar. Ho volutamente lasciato per ultimo il cenno introduttivo alla regia: Danny Boyle, costretto ad un lavoro di cesello al servizio di uno script invasivo come pochi altri, limita per una volta i barocchismi travestiti di modernità che hanno spesso infettato molti dei suoi precedenti lavori e riesce anche a non essere soltanto un semplice impaginatore visivo, sconfinando in due/tre momenti dalla canonica, ancorché ansiogena e attaccata agli attori, successione di campi e controcampi.

È il 1984 e manca pochissimo al lancio del primo Macintosh. Poi sarà la volta del NeXT nel 1988 e dell’ iMac nel ’98. Scortato dal suo braccio destro, la fedelissima Joanna Hoffman, nel backstage che muta col mutare dei decenni e dei costumi, Steve Jobs affronta gli imprevisti dell’ultimo minuto, immancabili contrattempi che si presentano sotto forma di esseri umani e rispondono al nome di Lisa (Penny Haney-Giardine), sua figlia, di Chrisann Brennan (la magnifica Katherine Waterston recentemente ammirata in “Vizio di forma”), la madre di Lisa, Steve Wozniak (Seth Rogen), il partner dei leggendari inizi nel garage di Los Altos, John Sculley (Jeff Daniels, ormai quasi un talismano per Sorkin) CEO Apple, Andy Hertzfeld (Michael “serious man” Stuhlbarg), ingegnere del software.

Un film ambientato dietro le quinte di tre eventi, di tre presentazioni di prodotti, che Jobs organizzava come vere e proprie rappresentazioni teatrali, maniacalmente attento al dettaglio, e puntualmente travolto e intralciato da imprevisti. Quegli stessi imprevisti che Sorkin dissemina all’interno del suo copione per farci empatizzare con un uomo che riesce a rialzarsi dalla polvere con una tenacia assoluta e quasi terrificante (ma non è che forse siamo di fronte, invece, ad una pianificata e machiavellica strategia di lungo termine?).

Noi non vediamo la gloria di Jobs, non vediamo il discorso ad Harvard, non lo vediamo morire: noi assistiamo al controcampo di quello che uno degli imprenditori di maggior successo degli ultimi cinquant’anni (e nient’altro che questo, non un programmatore, non un designer, come il film sottolinea nei punti giusti) ci ha propinato da allora e successivamente, l’uomo dietro l’icona.

Non bisogna cercare alcun mimetismo nella febbrile interpretazione di Fassbender, né fisico né tantomeno vocale, perché qui il dietro le quinte invade il palcoscenico e ne diventa la scenografia, e ad una rappresentazione teatrale non si chiede la stessa connessione emotiva di una cinematografica, ci si muove su dinamiche leggermente, ma sostanzialmente, diverse.

E quindi noi vediamo l’attore (TUTTI gli attori) calato in una parte che gli preesiste, nella doppia accezione dello script e della vita reale, impegnato a drammatizzare e a rendere materia magmatica e fertile una normalissima successione di miserie umane, differenti dalle nostre, ed ecco l’intuizione, perché il luogo di svolgimento è DIETRO a dove si fa la Storia, maiuscola o minuscola lo decidete voi e non è da dibattere in questa sede, dell’informatica, della comunicazione e del consumo.

Danny Boyle cerca di rivestire al meglio il ruolo, facendo un po’ lo Steve Wozniak di Sorkin, accompagnando il tutto senza mettere troppo del suo, e anzi ritagliandosi una sequenza di dialogo a due (di cui il film è composto al 90% e forse più) su un soppalco teatrale illuminato (dal bravo Alwin H. Kuchler) in modo da sembrare l’interno di un hard-disk, a rendere esplicito il parallelismo che viaggia sottotraccia per tutto il resto del minutaggio, quello tra l’uomo e la macchina, tra il creatore e la creazione.

Se cercate un mèlo strappalacrime intriso di “rise and falls”, o un biopic dall’impianto schematico stile “La teoria del tutto”, state alla larga. Se invece adorati i copioni brillanti e ben scritti, che infilano scene madri una dopo all’altra, che rivestono quasi tutte la stessa importanza perché ad essere davvero fondamentale è la loro precisa successione, correte in sala già da oggi.

Lasciate perdere chi vi parlerà di “teatro filmato” nel senso deteriore del termine: è un testo che potrebbe di sicuro essere rappresentato ANCHE a teatro (e lo sarà, statene certi), ma che qui, tramite gli artifici che solo il cinema può e sa attivare, ci viene mostrato forse nella forma migliore possibile. Un solo dubbio, per parlare un’ultima volta di Danny Boyle: il motivo della sua scelta in cabina di regia, per poi costringerlo a rinnegare fondamentalmente se stesso, rimane francamente difficile da capire.

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