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Steven Soderbergh: Il ricercatore del sentire

Steven Soderbergh nasce il 14 gennaio del 1963 ad Atlanta, città dello stato americano della Georgia. Secondo di sei fratelli e figlio di un professore universitario, si trasferisce in tenera età a Baton Rouge in Louisiana, dove il padre era docente e preside presso la “College of Education” della Louisiana State University. Qui comincia il cammino del giovanissimo aspirante regista che quindicenne, pur frequentando il liceo, si iscrive ad un corso universitario di film d’animazione. Garantitosi l’accesso ad attrezzature di seconda mano, comincia a produrre cortometraggi in 16 mm finché, appena diplomato, si trasferisce ad Hollywood dove lavora come redattore freelance. Quella di Hollywood tuttavia si rivela una parentesi davvero breve, probabilmente prematura, che lo riporta sui suoi passi.
Tornato dunque a casa, il giovane continua a rincorrere il suo sogno scrivendo copioni e realizzando cortometraggi, finché nel 1986 arriva la svolta. La storica rock band britannica degli Yes gli affida le riprese di un intero concerto che gli valgono una nomination ai Grammy Awards con il video “Yes: 9012 Live”.
Era evidente che la strada verso il successo partiva da lì.

E infatti proprio l’anno successivo Soderbergh firma il cortometraggio “Winston”, opera il cui soggetto ancora in stato embrionale viene ripreso e sviluppato fino a diventare “Sesso, Bugie e Videotape”, primo lungo scritto e diretto dallo stesso, dato alla luce nel 1989. Grazie a questa creazione il ventiseienne regista comincia a raccoglierei primi frutti di tanto lavoro, venendo insignito di premi tra i più prestigiosi quali la Palma D’Oro del Festival di Cannes (a suo tempo Soderbergh risulta il più giovane ad averla mai ricevuta), il premio come miglior regista all’ “Independent Spirit” e persino una nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
Nel 1990 fa parte della giura al Sundance Festival, mentre a coronare il periodo positivo arriva anche la paternità della piccola Sarah, nata dal matrimonio con l’attrice Betsy Brantley – unione poi terminata nel 1994.

Per niente sedotto dal successo il regista sceglie un cammino artistico particolarmente tortuoso firmando nel 1991 “Delitti e Segreti” (“Kafka”) interpretato da Jeremy Irons, nel 1993 realizza “Piccolo, Grande Aaron” (“King Of The Hill”), film in cui compaiono due giovani – allora esordienti – Katherine Heigl e Adrien Brody, poi ancora nel 1995 “Torbide Ossessioni” (“Underneath”), in cui Peter Gallagher (noto soprattutto per essere papà Cohen di “O.C.”) veste i panni di protagonista. Infine nel 1996 realizza “Gray’s Anatomy”,interessante retrospettiva del rapporto medicina/uomo e “Schizopolis”, commedia surreale in cui lo stesso Soderbergh passa dall’altra parte della cinepresa.
Tutte queste produzioni, oltre ad essere accomunate da quello che allora fu considerato uno scarso successo, hanno invece in loro la vera essenza dell l’amore che il regista nutre per l’osservazione e lo studio delle dinamiche umane, soprattutto all’interno del nucleo familiare.
[PAGEBREAK] Nel 1998 Soderbergh viene chiamato a dirigere “Out Of Sight”, produzione che vede come protagonisti George Clooney (sancendo l’inizio della loro amicizia e collaborazione) e Jennifer Lopez, nei panni della bella detective colpita dalla sindrome di Stoccolma. Nel 1999 realizza “L’inglese”(“The Limey”), thriller incentrato sulla vendetta e sul dramma familiare.
Il 2000 si rivela l’anno della svolta: vengono infatti affidate al regista due grandi produzioni, la prima, “Erin Brockovich”, film culto sul concetto di forza del singolo di fronte al potere lobbistico, vede Julia Roberts calarsi nei panni nni dell’”eroina” Erin (anche in questo caso sarà l’inizio di una lunga serie di collaborazioni), la seconda, “Traffic”, interseca torbidamente tre storie di droga, mostrando le mille sfaccettature di un mondo in cui bene e male non sono affatto valori assoluti.
Proprio grazie a quest’ultime due fatiche il regista raggiunge un successo così grande da ricevere nel 2001 due nomination per altrettanti film diversi: miglior fotografia per “Erin Brockovich”, miglior regia per “Traffic”.
Sarà di fatto quest’ultima a regalargli il primo Oscar della sua carriera.

Nel 2001 il successo continua con il remake di “Ocean’s Eleven” (“Colpo Grosso”), celebre pellicola del 1960 diretta all’epoca da Lewis Milestone. Il cast è assolutamente stellare, figurano infatti attori come Matt Damon,George Clooney, Julia Roberts, Brad Pitt e Andy Garcia. L’atmosfera che trasuda da questa pellicola è un mix esplosivo di azione, commedia e sprazzi di surrealismo talmente divertenti da renderlo sicuramente uno dei film più fruibili dell’intera carriera del regista. Il successo sarà tale da ricavarne una trilogia con “Ocean’s Twelve”, nel 2004, e “Ocean’s Thirteen” nel 2007.
La prima di queste produzioni darà nei fatti il via ad un percorso artistico caratterizzato da alterne fasi, tra commedia e introspezione. Nel 2002 il regista dà vità a “Full Frontal”, produzione presentata come sequel di “Sesso Bugie e Videotape”, focalizzata su una giornata tipo all’interno di un set di Hollywood, raccontata in stile “nouvelle vague”.

Nonostante il pantheon di star – ormai amiche dello stesso regista – (Brad Pitt,Julia Roberts,Catherine Keener,David Fincher) il film per il suo stile così particolare riceve critiche discordanti. Sempre nel 2002 il regista corregge nuovamente la rotta lavorando su “Solaris”, celeberrimo remake dell’omonimo firmato da Andrej Tarkovskij nel 1972, a sua volta tratto dal romanzo dello scrittore polacco Stanislaw Lem (del 1961). Uno psicologo (l’ormai fidato Clooney) si unisce ad una missione in orbita attorno ad un pianeta considerato morto. Una volta arrivati realtà e immaginazione si amalgameranno al punto da materializzare i ricordi di ognuno dei membri. Proprio a quel punto del film si assiste alla massima rappresentazione dell’introspezione nell’animo umano. Uno sguardo così profondo da raggiungere quasi la vetta di un percorso e una ricerca durata anni e che delinea una delle caratteristiche essenziali del cinema di Soderbergh.

Nel 2003 il regista si risposa con Jules Asner, sua attuale moglie. In seguito, escludendo la trilogia degli “Ocean’s”, partecipa a film come “Eros” (2004), del quale dirige uno dei tre episodi, al fianco di Antonioni e Wong Kar Wai, in un viaggio alla ricerca psicologica dell’eros e della sua primordiale essenza. Poi tocca al seguito di “Bubble” (2005), altra esperienza soderberghiana all’interno del crimine vissuto in una decadente realtà provinciale americana, poi a “A Good German” (“Intrigo A Berlino”, 2005), thriller realizzato in bianco nero sullo sfondo di una Berlino del ’45 durante i giorni della conferenza di Potsdam. Sicuramente degno di nota è l’interesse crescente che il regista mostra negli anni verso il ruolo di produttore. Film come “Syriana”, “A Scanner Darkly” o “Confessioni Di Una Mente Pericolosa” sono solo alcuni dei titoli a cui il regista ha contribuito col suo occhio attento. Un occhio che attraverso la cinepresa ha visto davvero qualcosa in più, qualcosa che va oltre.

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