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  • Steven Wilson: Insurgentes

    Steven Wilson

    Data di uscita: 24-02-2009

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L’oscuro mondo di Steven Wilson

Ci ha abituato a dei ritmi da incubo: solo negli ultimi due anni abbiamo visto l’uscita di un disco, due EP ed un DVD dei Porcupine Tree, senza contare le uscite di Bass Communion e No-Man. Steven Wilson è alla perenne ricerca di un nuovo suono, una nuova frontiera da abbattere all’insegna della libertà artistica e spesso della sperimentazione.
Quello che ancora non aveva tentato era la via puramente solista, almeno fino ad oggi. Oggi, appunto, arriva “Insurgentes”, prima fatica targata semplicemente Steven Wilson nella sconfinata discografia dell’artista inglese.

Partiamo dal difetto principale di questo disco: se con “Fear Of A Blank Planet”, “Molotov And Haze” e “Schoolyard Ghosts” avevamo visto Steve proiettarsi in avanti in un’evoluzione incredibile, quello che manca ad “Insurgentes” è proprio questa voglia di osare.
Il disco mischia abilmente le mille sfaccettature dei vari progetti, dai drone angoscianti dei Bass Communion alle derive ambientali degli ultimi No-Man, senza dimenticare le melodie trasognate dei Porcupine Tree del periodo “The Sky Moves Sideways” e “Signify” ma sostanzialmente non aggiunge nulla di nuovo a quanto già fatto in precedenza coi succitati gruppi.
[PAGEBREAK] Ciò detto, il disco non è affatto brutto, anzi. L’esperienza “Insurgentes” è abilmente confezionata e mantiene un filo conduttore abbastanza evidente che si piazza a metà tra il riflessivo e l’abissale.
“Harmony Korine”, primo singolo estratto ed opener del disco, mostra l’innata capacità di Wilson nel comporre melodie fantasma che difficilmente si staccano dalla testa, così come “Veneno Para Las Hadas” che va a riprendere in modo parecchio evidente le suggestioni della suite “The Sky Moves Sideways”.

Le sorprese però sono in agguato: “Abandoner”, retta da beat elettronici che portano ad una coda in cui esplode uno spaventevole drone, funziona a meraviglia ma ancora di più fa la successiva “Salvaging”, nero pendolo in oscillazione perenne tra incubo e terrore, una delle perle dell’album. Splendida anche la kingcrimsoniana “No Twilight Within The Courts Of The Sun”, con un Gavin Harrison assolutamente strabiliante ad accompagnare un metronomico Tony Levin.

Non ci sono brani brutti o mal riusciti, ma la sensazione di fondo è che il disco sia riuscito per tre quarti, restando spesso un po’ troppo freddo e distaccato, poco coinvolgente per quanto comunque interessante.
Nota di merito al bellissimo artwork ad opera di Lasse Hoile, semplicemente indescrivibile soprattutto nella confezione digibook dell’edizione speciale, che contiene i remix in 5.1 del disco più un making of di 18 minuti.

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