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Uberto Pasolini è un emigrante di pregio che confeziona con “Still Life” un piccolo film dal sapore autenticamente britannico, nato inizialmente come un progetto da seguire solo a livello produttivo. Ma Pasolini si affeziona alla storia e decide di curarne sceneggiatura e regia.

Incuriosito dal lavoro di coloro che rintracciano i parenti di chi è deceduto in solitudine, il regista e produttore italiano scrive il ruolo di John May, che svolge appunto questa inconsueta professione, e coinvolge un brillante attore inglese, Eddie Marsan.

Se amate il cinema autoriale e una riflessione sulla morte e sulla memoria non vi spaventa, “Still Life” è un gioiello che vi conviene recuperare. Il merito va equamente diviso tra Pasolini, capace di parlare per immagini di rapporti umani con un tocco delicato ma non per questo meno potente, ed Eddie Marsan, che supera brillantemente la prova di un ruolo in cui bisogna lasciare intravedere la sorprendente gamma d’emozioni di quello che agli occhi del mondo è solo un impiegatuccio d’ufficio solitario. Peccato che a Joanne Froggatt non sia capitato un ruolo altrettanto sfaccettato.

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