Home > Recensioni > Still the Water

Non è il festival del cinema orientale, decisamente. L’unico film in concorso a Cannes 2014 proveniente dall’area geografica che ha regalato le maggiori innovazioni di forma e linguaggio all’arte cinematografica del terzo millennio, è il più debole dell’intera selezione. Si parla di temi altissimi in questo “Still the Water“, diretto dalla regista giapponese Naomi Kawase, dalla comunione panica con la natura alla serena accettazione del trapasso, dalla dicotomia tra la vita di città e quella di campagna a quella tra l’innamoramento e il distacco amoroso quando la passione è svanita.

Abbiamo un cadavere che galleggia nel mare ad inizio film, ad un certo punto vediamo anche il modo in cui muore, ma non siamo sicurissimi della sua identità fino al prefinale, quando una tempesta epocale si abbatte sull’isolotto dove vivono i protagonisti, una sorta di ribellione alla morte della “sciamana” che parlava e ballava con i banani.

Troppa carne al fuoco per un film che più che brutto è forse inutile, che è anche peggio. L’occhio della Kawase non riesce ad affrancarsi da un certo didascalismo calligrafico, specialmente nelle insistite panoramiche ambientali, messe lì a staccare gli eventi senza troppo costrutto. I due giovani protagonisti provano ad emozionarci con la loro goffa storia d’amore, me nelle nuotate finali sembriamo più dalle parti di “Laguna blu“. Due famiglie, carne e spirito, istinto e trascendenza. Si vorrebbe rappresentare l’universo/mondo, si ottiene in più di un’occasione solo una noia mortale.

In un Festival di Cannes verboso come pochi altri, un film che finalmente si affida più alla forza delle immagini che delle parole non può che essere bene accetto. Ma non basta a salvare un’opera che sfigura soprattutto confrontata con il resto della selezione ufficiale. Visto in una saletta cittadina alla quattro del pomeriggio con l’unica compagnia di qualche pensionato può avere il suo perché, può sviluppare un discorso sull’importanza d’importare in Italia anche film estranei alle ferree logiche di mercato. Qui a Cannes, semplicemente, scompare e s’inabissa nell’oblio, come la macchina da presa nella scena finale.

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