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  • Stone Temple Pilots: Core

    Stone Temple Pilots

    Data di uscita: 19-03-2006

    Loudvision:
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Strizzando l’occhio agli Alice In Chains

Fondamentalmente, in molti hanno frainteso la reale portata degli Stone Temple Pilots, aspettandosi capolavori mastodontici. L’attestato di nascita dice 1992, troppo tardi per essere davvero “emuli” di qualcuno; e poi, diciamolo, chi non ha ispirazioni alle spalle? La reale intenzione degli Stone Temple Pilots era creare melodie con trasporto, di una certa leggerezza e ballabilità, essendo i Rolling Stone/Mick Jagger la principale ispirazione di Scott Weiland. Naturalmente, l’ispirazione comprendeva anche sentimenti velatamente più profondi: la band suona anche catartica, drammatica, nostalgica d’evocazione. Questo, sempre in un contesto compositivo rabbiosamente rock, ma dalle strutture tanto dirette quanto easy.
“Core” è accattivante sin dall’attacco di “Dead&Bloated”, con i suoi riff pesanti e quasi-metal. La band non tralascia mai la melodia, sconfina talvolta nel grunge, come nel solo di “Sin”, ed è capace di comunicare con semplicità: sembra quasi che i brani siano pensati per suonare benissimo dal vivo, ed allo stesso tempo dotati del carisma necessario per catturare anche come studio tracks. Innegabile è il fascino della lenta “Creep”, utilizzata infatti come singolo e video. Pregna d’atmosfera e cantabile come poche è “Plush”, inaspettatamente lunga per il genere di brano catchy-melodico, e proprio per questo piacevole. Ne traspare che, per quanto immediata, sia la longevità sempre e comunque la sorprendente dote della musica del quartetto, dovuta molto probabilmente alla genuinità minimalista ed essenziale, ed allo stesso tempo personale, del rock dei fratelli DeLeo. Purtroppo, però, Soundgarden ed Alice In Chains, avevano abituato il pubblico ad una proposta talmente tanto psichedelica ed originale, da rendere automaticamente povera una soluzione che si ‘limitasse’ ad un’attitudine più catchy/meno teatrale; come se non fossero in grado di esserne all’altezza, ma soltanto di suonare come degli ‘Alice In Soundgarden’ immiseriti.
Per fortuna, fu solo un pregiudizio della critica: “Core” è un triplo platino, e un motivo c’è: canzoni inossidabili, dotate d’una classe che umilmente si fa strada negli ascolti. L’ispirazione pregna di sentita compartecipazione, magari con qualche rispettosa citazione di stile, o strizzata d’occhio ai compagni musicisti. Più asciutti di loro, questo sì, e tuttavia compositi abbastanza per dare il massimo godimento senza scadimenti qualitativi. Il loro primo album non è una pietra miliare, ma è un eccellente disco che ancora oggi suona rock con sentimento, più di mille altri dischi del genere. È per questo, credo, che in tantissimi l’hanno capito e fatto loro: l’unico post-grunge for the masses che sia mai esistito. Ma anche fottutamente groovy.

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