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Stones Grow Her Name: uno speciale track by track

Sono tornati con un nuovo disco che farà storcere nasi e dividerà ancora una volta i fan. Il percorso è segnato ed il tastierista Henrik è lapidario: “non siamo più una band power metal, guardiamo avanti”.

Per approfondire il sound del disco abbiamo chiesto ad Henrik un commento su ognuna delle canzoni inserite in “Stones Grow Her Name” a cui abbiamo voluto aggiungere quello one louder dopo qualche ascolto in anteprima.
Se siete impazienti e volete conoscere il nostro giudizio finale lo trovate alle ultime righe. Altrimenti, sotto con il track by track!

1 – “Only The Broken Hearts (make you beautiful)
Henrik: In origine è stata scritta da Tony per qualcun’altro, ma ha fatto l’errore di far sentire il demo al resto della band e abbiamo insistito perché diventasse dei Sonata. Fortunatamente ci ha dato dentro e credo che sia una canzone piuttosto in linea con lo stile Sonata. Semplice e melodica ed un buon modo per iniziare il disco e i concerti.
LoudVision: L’album si apre in pieno stile “vecchi Sonata”. Questa canzone power fa ben sperare per il resto del disco. O illude? Brano breve (3:23) come lo saranno quasi tutti, ma accattivante. Vien da canticchiare e saltare già alle prime note. È l’equivalente di “Flag In The Ground” per il precedente disco ed il commento di Henrik che possa essere l’apertura anche per i concerti rafforza questa convinzione.

2 – “Shitload O’Money”
Henrik: Non so quanto Tony fosse serio quando ha iniziato a scriverla, ma questo ora non ha particolare importanza, no? È una canzone hard rock anni ottanta che abbiamo “Sonatizzato”. Fa molto atmosfera da feste e festival estivi!
LoudVision: Se immaginiamo una festa non è certo con questo sottofondo dagli echi -confermiamo- hard rock ’80. Notevole sentire Tony cambiare registro e cantare qualcosa di diverso dal solito, anche se il testo non è dei più fantasiosi. Chitarroni, piacevoli melodie dalle tastiere (queste non ereditate dallo stile eighties), meno piacevole la batteria: senza doppio pedale, ma soprattutto posticcia.

3 – “Losing My Insanity”
Henrik: Questa è stata originariamente registrata per Ari Koivunen, il vincitore del “Finnish Idol” nel 2007. La canzone era troppo bella per essere lasciata lì a se stessa, quindi ce ne siamo riappropriati e abbiamo voluto farla anche noi. È un brano molto semplice in stile power-rock.
LoudVision: Alla cover… ehm.. versione originale mancavano solo l’impronta della voce profonda di Tony e la tastiera di Henrik. Power e non velocissimo, è un altro brano dove ogni membro della band lascia il segno. Meglio l’originale-non orignale o il rifatto-originale? Difficilissimo a dirsi: vale senz’altro la pena ascoltare la versione di Ari (chitarre molto più marcate e più grintosa, la trovate qui a lato) e confrontarla con la nuova versione (a parità di BPM sembra più smussata e con un sound più completo).
[PAGEBREAK] 4 – “Somewhere Close To You”
Henrik: Una delle canzoni più pesanti che abbiamo mai fatto, secondo me. Mi piace pensare che sia la cugina cattiva di “The Dead Skin” di “The Days Of Grays”.
LoudVision: Tony si sarà divertito un sacco. Come già in “Juliet”o “The Dead Skin” sembra prenderci gusto a recitare cantando. Voce cattiva e voce tranquilla si fondono. Sullo sfondo, che spesso diventa primissimo piano, riff calcati di chitarra.

5 – ” I Have A Right”
Henrik: Questa è stata l’ultima canzone ad essere registrata per il disco. Tony è l’ha portata dopo le prove, quando eravamo nel mezzo delle registrazioni. Non è certo la più complessa delle nostre canzoni, per questo funziona bene come singolo. Più pop che heavy. È stata scelta come singolo perché può rappresentare l’album, nel senso che elementi di questa canzone si ritrovano in tutte le altre canzoni della tracklist.
LoudVision: No. Con permesso, Henrik, non troviamo -fortunatamente- gli elementi di questa canzone troppo spesso nelle altre tracce. Vero invece che il singolo è semplice, e aggiungeremmo piuttosto ripetitivo.

6 – “Alone In Heaven”
Henrik: Sembra qualcosa che avrebbe potuto scrivere Desmond Child nei tardi anni ’80, è una sorta di ballata, ma non propriamente. Chitarre forti e non troppe tastiere.
LoudVision: “Che diavolo ci faccio in paradiso senza di te?” Et voilà! La ballata del triste Kakko è servita. Potente e veloce per essere una semplice ballata, non capiamo perché Henrik tiri ancora in ballo gli anni ottanta: si tratta semplicemente di una ballatona con marchio Sonata.

7 – “The Day”

Henrik: Tony aveva alcuni demo mooolto prima che finisse il tour. Un giorno del tour ci siamo alzati con la notizia dello tsunami in Giappone e Tony come reazione si è messo immediatamente a scrivere il testo.
Si è dimostrato essere la parte mancante della canzone. Penso sia la traccia più emozionante del disco.

LoudVision: La nostra canzone preferita. La musica, il testo, il tutto. Influenze di Who e Queen che fanno sorridere a riconoscerle (non ci vuole neanche tanto) non sovrastano il risultato finale in cui ancora una volta si riconosce il tocco compositivo di Tony. Onore a Henrik o a chiunque abbia creato gli spartiti per le tastiere.

8 – “Cinderblox”
Henrik: In questa canzone il ritornello è come qualsiasi materiale dei vecchi Sonata, mixato con la roba fatta con il banjo e l’atmosfera country nei testi… è uno di quegli esperimenti che continuiamo a fare ed è una canzone che ci fa sorridere.
LoudVision: La prima reazione è stata “Che diavolo ci fa una canzone country in un album dei Sonata?”. Venti ascolti dopo siamo convinti che solo un fan integralista potrebbe non apprezzarla: sopra country, sotto sotto sempre Sonata Arctica. Notevole ancora la voce di Kakko che anche in questo caso si presta a nuove sperimentazioni ben riuscite.

9 – “Don’t Be Mean”
Henrik: L’unica vera ballata dell’album. Il demo per questa era molto diverso, anche per le tastiere ci ho lavorato su un po’. Volevamo mantenere la canzone semplice e delicata e siamo stati veramente attenti con le sonorità inserite, cercando di non strafare in nulla.
LoudVision: Né più né meno che una ballata classicissima, non particolarmente originale.
[PAGEBREAK] 10 – 11 – “Wildfire Part II – One With The Mountain” e “Wildfire Part III – Wildfire Town Population 0″
Henrik: Fondamentalmente è la prosecuzione dell’originale “Wildfire”. Ci sono richiami musicali per alcune melodie alla prima “Wildfire”, ma per il resto la storia continua da dove l’abbiamo lasciata nel 2004. C’è un concept dietro, ma non ve lo racconto: sarà chiaro leggendo i testi.
LoudVision: Le due tracce in chiusura sono lunghissime. Sono articolate, anche se spesso ci sembrano più che altro spezzettate in parti non ben amalgamate fra loro. I richiami musicali alla prima “Wildfire” sono tutt’altro che evidenti ed anzi, sembrano più riprendere alcuni momenti e novità delle canzoni più recenti. Henrik ci rimanda alle lyrics per apprfondire, ma il titolo dell’ultimo brano ci lascia pochi dubbi su come andrà a finire la storia.

Sì, ok, ma in definitiva?
Al primo ascolto delude. “Stones Grow Her Name” non è facile e lo è ancora meno per chi i Sonata li segue da anni. Le novità sono molte, più di quante ne abbiano introdotte in ognuno dei precedenti dischi.
Con il passare degli ascolti, invece, si riesce ad apprezzare la complessità di molte delle canzoni e gli elementi di novità si integrano bene con il marchio di fabbrica del gruppo. Si digerirà e addirittura apprezzerà anche il country di “Cinderblox”, gli sprazzi orchestrali in “Wildfire Part III” e l’inedito modo di cantare di Kakko in più punti.

Sonata evoluti dunque, senza snaturarsi: mantengono le basi power pur spingendosi oltre. Verso dove però ancora non si capisce: le sperimentazioni sono piuttosto eterogenee e manca ancora un filo conduttore che riesca a legarle.

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