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Storie di casa nostra che piacciono solo all’estero

Dopo aver partecipato alle “Giornate degli autori” all’ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, sono stati in concorso al Tokyo International Film Festival dove hanno avuto un’accoglienza ancora migliore; eppure in Italia non hanno ancora una distribuzione, mentre in Francia e in Belgio …
Chiacchierata con due registi trentenni che ce l’hanno (quasi) fatta.

Cominciamo dall’inizio, il titolo: “Et in terra pax”; nell’immaginario popolare è un movimento di un Gloria di Vivaldi, nel film cos’è?
Matteo Botrugno:
Il titolo è nato provocatoriamente, da tempo avevo questa musica in testa e la ascoltavo proprio mentre scrivevo il soggetto; non avendo un titolo definitivo ho scritto “Et in terra pax” e poi… l’abbiamo lasciato!
Ci sembrava che creasse un bel contrasto tra la storia molto terrena, molto carnale e la musica sacra.
Daniele Coluccini: Nel film, in particolare, è la rappresentazione di quello che è il personaggio di Marco, che è l’emblema del film, che ci racconta del suo sacrificio per riportare la pace, apparente; una situazione di stasi più che una pace vera e propria. Lui stesso alla fine del film ci dice che il suo sacrificio è completamente inutile, perché lui e i suoi figli dopo di lui rimarranno esattamente nella stessa realtà.

È un film molto ancorato allo spazio ben preciso, la periferia romana, c’è un’eco pasoliniana in questo?
M.B.:
Di certo non è casuale, noi adoriamo Pasolini, come uomo, come pensatore, non solo al livello cinematografico. La scelta della periferia e in particolare di Corviale è data innanzitutto da una scelta visuale e poi perché il palazzo rispecchia il nostro protagonista, quel palazzo è fermo, isolato, attende, ogni tanto qualcuno vuole buttarlo giù, qualcuno gli si avvicina, e lui attende; esattamente come Marco.
D.C.: Quella di Pasolini era una periferia diversa, è una periferia di cinquant’anni fa, i “ragazzi di vita” di Pasolini non sono assolutamente i ragazzi che oggi abitano le periferie.
Sicuramente possiamo dire che si è concretizzata la premonizione pasoliniana della deriva sociale, mentre la gente descritta da Pasolini non sapeva come mangiare e le loro azioni, scippi, spaccio etc. erano mossi dalla sopravvivenza, quelle stesse azioni, oggi sono compiute per la cinta firmata.
I ragazzi della periferia di oggi sono figli di una cultura televisiva che Pasolini descriveva come “La fine del mondo”
M.B.:C’è un’attualizzazione pasoliniana, se vogliamo…

Perché la scelta di raccontare una realtà come questa?
D.C.:
Noi abitiamo in una zona di Roma situata a metà tra il centro e la periferia e spesso il sabato, invece di andarci a fare una passeggiata in centro, prendevamo i motorini e andavamo verso la periferia, a vedere cosa ci fosse, perché è quella parte di Roma che non ti viene raccontata, perché non è semplice, non è gestibile; quindi come tutte le cose difficili è meglio nasconderla sotto al tappeto.
M.B.: Ci interessava raccontare una realtà che non viene mai raccontata; la cosa che mi preme dire è che noi abbiamo evitato di far vedere Roma, abbiamo cercato di astrarci da una connotazione strettamente romana per portare un messaggio che possa essere recepito da tutti.

I protagonisti del film sembrano essere legati più dalla condivisione dello spazio che da una reale conoscenza l’uno dell’altro… credete sia un atteggiamento diffuso tra gli adolescenti di oggi?
D.C.:
Assolutamente si: il Corviale, che è un posto isolato dove vivono 14.000 persone, quindi è praticamente un quartiere, è collegato al resto di Roma da una sola strada!
Ciò ti porta a vivere in un microcosmo completamente isolato dove vivi con le stesse persone, che diventano necessariamente i tuoi amici, perché ci condividi tutto il tuo tempo, non hai scelta.
M.B.: Infatti i protagonisti non si muovono mai da lì, non ce n’è motivo, lì a Corviale hanno tutto.
[PAGEBREAK] Nel vostro film il degrado psicologico e la violenza sono strettamente connessi al degrado urbano e sociale in cui i protagonisti sono immersi; c’è differenza dalla violenza che scaturisce da un ambiente sociale e urbano borghese, come ad esempio nel caso del massacro del Circeo ?
M.B.:
Nella periferia la violenza è palese, la violenza borghese è molto più sottile, è fatta con i soldi, ma la violenza c’è in tutti i ceti sociali e alla fine è sempre la stessa cosa.
D.C.: La violenza borghese non è solo quella del Massacro del Circeo, è anche quella che viene fatta dalle istituzioni che scelgono di non occuparsi della periferia, o che appunto isolano Corviale e minacciano di abbatterlo, nonostante ci vivano 14.000 persone. Quando la zona viene dimenticata dalle istituzioni e isolata, la comunità si organizza da sola secondo gerarchie interne, è così che nasce la microcriminalità.

In un momento storico dove impera il voyeurismo di massa (la vicenda “Sarah Scazzi” ne è l’esempio assoluto) e la morbosità sessuale è sempre più forte, avete scelto di relegare l’intera scena dello stupro fuori campo, perché questa scelta?
D.C.:
Esattamente per i motivi che hai detto tu, perché il voyeurismo di massa che regna in questo momento non ci piace.
M.B.: Mostrare una violenza sessuale con dovizia di particolari non ci interessava, non era quello che avremmo voluto vedere, ci interessava piuttosto mostrare non la violenza in sé, ma le cause e gli effetti che la violenza porta; prima e dopo la violenza sessuale abbiamo fatto vedere l’isolamento, la noia, la quotidianità, la violenza e poi le sue conseguenze.
D.C.: Non abbiamo mostrato la scena dello stupro per una componente di concetto ma anche visiva, non ci piaceva mostrarla e in fondo ci sembrava più violento per lo spettatore il non mostrare l’atto, ma l’ostentare dopo la sofferenza della ragazza, molto più forte e molto più duratura dell’atto stesso.

Alcuni l’hanno visto come un film molto coraggioso: coraggio di indagare, di rischiare, di addentrarsi in una realtà nuova; altri invece l’hanno visto come un rifugio dietro storie già raccontate, da film come “Gomorra” o “L’Odio”, e si aspettavano da due registi giovani qualcosa di nuovo, di inedito…
D.C.:
Sicuramente essere affiancati a film come “L’Odio” o “Gomorra” ci fa piacere, sono film belli e importanti, ma ci ha spinto a fare questo film soprattutto la volontà di narrare qualcosa che c’è ma non viene mostrato, se si guardano le ultime produzioni di giovani registi sono quasi tutte storie adolescenziali, non c’è ricerca.
M.B.: Se vediamo il film come una storia di disagio sociale, in tal caso il film non è originale, perché è un argomento che viene trattato molto spesso; il punto è che nel film il disagio sociale è occasione per parlare di altro, è un pretesto per parlare della solitudine, del sacrificio; non volevamo raccontare una realtà di borgata. La storia del nostro film è molto semplice: una quotidianità che viene rotta da un evento inaspettato e si cerca di riparare a ciò che è successo, niente di più semplice.

Siete appena tornati dal Tokyo International Film Festival, come è stato accolto un film che racconta una storia “di casa nostra”? è stato capito?
D.C.:
L’italiano nel nostro film vede il disagio sociale, perché è un problema che lo riguarda personalmente; loro che non vivono questa problematica, finito il film hanno cominciato a parlare della solitudine dei personaggi, della parte più “metafisica” del film e questo ci ha fatto enormemente piacere.
M.B.: Il problema del nostro film è che è recitato in dialetto ed girato in ambienti reali; potrebbe sembrare quasi un documentario, solo che non lo è! Lo spettatore italiano confonde i piani e vede il film come un documentario su “lo zoo della periferia”, cosa assolutamente sbagliata: nel film, come abbiamo detto, lo spazio della periferia è semplicemente un pretesto. A Tokyo sono riusciti a vedere molto di più la storia di finzione …

Diverso quindi rispetto a Venezia, dove avete partecipato alle “Giornate degli autori”?
M.B.:
Assolutamente si, tra l’altro noi siamo arrivati a Venezia in un momento in cui la cronaca stava parlando di periferie perché Alemanno minacciava di buttar giù la borgata di Tor Bella Monaca e anche Corviale, cosa che con 14.000 persone che ci vivono non sarà mai possibile, tperciò la maggior parte delle interviste vertevano su questo, la periferia come disagio sociale, poi usata come riflesso per parlare di politica, ma in realtà non è questo l’intento del nostro film.

Proprio a Venezia il vostro produttore, Gianluca Arcopinto, ha raccontato una storia molto travagliata riguardo la distribuzione di questo film … come prosegue l’iter di” Et in terra pax”?
D.C.:
L’iter continua con una distribuzione, ad oggi, in Francia, Belgio e paesi di lingua francofona; in Italia forse qualcosa si sta muovendo, ma sicuramente arriverà prima all’estero. Il problema è che i distributori sembrano tutti interessati, tanti hanno visto il film esprimendo pareri positivi, il guaio è che nessuno rischia.
M.B.: Speriamo che a breve si sappia qualcosa, altrimenti pensiamo ad un’autodistribuzione, stamperemo da noi le copie del film e andremo a proporle direttamente agli esercenti, formula che non è nuova e ha funzionato.
D.C.: Il nostro film è un film low-budget, non pretendiamo certo 100 copie.
[PAGEBREAK] In un momento molto duro per il cinema italiano, come accade che due trentenni esordienti realizzino un lungometraggio?
D.C.:
Accade per una serie di circostanze fortunate, prima di questo noi avevamo fatto dei cortometraggi che erano piaciuti molto all’estero.
M.B.: Ma che in Italia non ha mai visto nessuno…
D.C.: No, ma questi sacrifici che abbiamo fatto prima, autoproducendoci questi cortometraggi, ci hanno creato un piccolo biglietto da visita che ci ha permesso di avere credibilità e ha fatto si che Simone Isola, l’altro produttore del film insieme a Gianluca Arcopinto, sia andato dal suo insegnante di Produzione al Centro Sperimentale di Cinematografia, Gianluca Arcopinto per l’appunto, e gli abbia mostrato i nostri cortometraggi dicendogli che voleva produrre il nostro lungometraggio; a Gianluca i nostri corti sono piaciuti ed è nato questo.
M.B.: Abbiamo seguito tutto sommato un iter abbastanza canonico, ci siamo autoprodotti le nostre prime cose che sono piaciute a qualcuno che ci ha dato dei soldi per sviluppare qualcosa di più grande, niente di più semplice, siamo stati molto fortunati perché abbiamo trovato qualcuno che ha scommesso su di noi.

Spielberg ha esordito con “Due”l a 25 anni, Oliver Stone a 28, Quentin Tarantino a 30 anni aveva fatto” Le Iene” e vinceva la Palma d’oro a Cannes con “Pulp Fictio”n. Perché invece in Italia sono tutti meravigliati che questo lungometraggio sia diretto da due trentenni?
D.C.:
Perché … perché?
M.B.: Perché il cinema in Italia prima era un vanto artistico, noi esportavamo il nostro cinema ed insegnavamo agli altri come fare cinema; come in molti altri campi abbiamo insegnato tutto agli altri fermandoci là, mentre gli altri hanno preso quel punto di partenza per evolversi e quindi superarci. Il nostro cinema è fermo a cinquant’anni fa, alla “Dolce Vita”, e tranne rari casi, che ci sono, perché ci sono trentenni che fanno cinema e partecipano come noi al Festival di Venezia se non addirittura a Cannes, ma poi qui da noi … vengono dimenticati, perché da noi si rischia di meno.
D.C.: Sicuramente è un settore in crisi, ma perché tutti i soldi che vengono guadagnati dalle case di produzione e di distribuzione con i cinepanettoni non vengono poi reinvestiti sempre sul cinema? Finanziando magari progetti minori e registi esordienti? È giusto che ci siano i film d’intrattenimento, ma è giusto anche offrire un’alternativa e dare opportunità a chi vuole iniziare questo mestiere.

Finiamo con un classico: progetti per il futuro?
D.C.:
Giusto ieri sera ci siamo visti con lo staff della produzione per parlare del prossimo film; noi stiamo lavorando, ma le cose si prospettano abbastanza a lungo termine, perché per far partire un nuovo progetto in questo momento ci vuole molto tempo; progetti da parte nostra ce ne sono, ma è chiaro che non bastano, c’è bisogno di una spinta economica che permetta di sostenere il progetto dall’inizio.
M.B.: C’è anche da dire che l’eventuale secondo film non potrà essere fatto come “Et in Terra pax”, da una parte perché tutti i nostri nuovi progetti richiedono sforzi produttivi maggiori, dall’altra perché questo primo progetto è stato un esordio e c’è stata la buona volontà di tutti nonostante il budget ristretto, perché c’era passione e serviva a dare visibilità a noi come registi ma anche a tutte le altre maestranze: è chiaro però che la passione non basta e bisogna fare i conti con la vita reale.

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