Home > Recensioni > Lo Straordinario Viaggio di T. S. Spivet

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Dopo faticose traversie produttive (ne parliamo qui nell’intervista al regista) arriva anche in Italia, nella sezione dedicata ai ragazzi Alice nelle Città del Festival Internazionale del Film di Roma 2014, l’ultimo lavoro del talentuoso regista francese Jean-Pierre Jeunet, ai vertici del box office mondiale più di dieci anni fa con “Il favoloso mondo di Amélie” oggi e ora ancora alle prese con un personaggio sognatore e portatore di una propria peculiare visione del mondo in “Lo Straordinario Viaggio di T. S. Spivet”, dal romanzo “Le mappe dei miei sogni” di Reif Larsen.

Un film che, come aveva fatto già Martin Scorsese con “Hugo Cabret”, unisce tecnologia avveniristica a passione rètro: in questo caso i protagonisti sono i libri pop-up, quelle particolari pubblicazioni per ragazzi che vedevano dei disegni fuoriuscire in rilievo dalle pagine.

T.S. Spivet (Kyle Catlett) è un bambino prodigio di 10 anni con una passione per la cartografia e le invenzioni. Vive in un ranch nel Montana insieme a sua mamma (Helena Bonham Carter), ossessionata dalla morfologia degli insetti, suo padre, cowboy nato nel periodo storico sbagliato e sua sorella quattordicenne che sogna di diventare Miss America. Layton, il fratello gemello di T.S., è morto in un incidente nel fienile e nessuno ha mai parlato del fatto che T.S. fosse con lui. Un giorno T.S. riceve una telefonata inaspettata dall’Istituto Smithsonian che gli annuncia la vittoria del prestigioso premio Baird per la sua invenzione di un dispositivo dal moto perpetuo. All’insaputa di tutti, per ritirare il premio e tenere il suo discorso di ringraziamento, T.S. salta su un treno merci e intraprende il suo stravagante viaggio attraverso l’America in direzione Washington.

Davvero nelle corde di Jeunet questa storia che, per una volta, lo porta ad abbandonare la pura stilizzazione e il grottesco dei precedenti lavori, per cercare l’emozione. Ed è proprio quando cerca di toccare le corde del sentimento che il film deraglia, proponendoci un monologo finale del protagonista che finale non è, arrivando prima di un’altra mezz’ora di avvenimenti e situazioni e di un’altra scena madre strappalacrime. Ma la prima parte, quella del viaggio vero e proprio (se avete portato vostro figlio al cinema, dall’arrivo a Washington in poi potete tranquillamente addormentarvi) è davvero ben riuscita: paesaggi, musiche, leggende, umorismo, fumetti che escono dallo schermo e svolazzano per la sala. Basta per consigliare la visione, ma che peccato…

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