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Stratofortress

Tanti gli spunti d’interesse che gravitano attorno a questa data di Stratovarius, Symphony X e Thunderstone, parimenti dovuti allo scetticismo di alcuni sulla bontà del package proposto e alla volontà di rivedere gli Stratovarius live in Italia dopo il tour con Rhapsody e Sonata Arctica del 2000. Inoltre questa è anche la prima data nel nostro Paese dei Symphony X dopo la pubblicazione del validissimo e molto apprezzato “The Odyssey”.

L’apertura delle danze è affidata allo show dei Thunderstone, che però ci siamo persi: proprio mentre l’opener act stava eseguendo le proprie canzoni in programma, eravamo in un angusto spogliatoio a chiacchierare con Michael Pinnella e Michael Romeo del disco e del tour, di progetti presenti e futuri, del più e del meno.
L’intervista (alla quale vi rimandiamo, su queste stesse pagine) finisce con lo spettacolo dei Thunderstone.

Velocissimo cambio palco, 5/10 minuti appena, e parte il violento riff di “Evolution (The Grand Design)”.
Balza subito alle orecchie la brutta equalizzazione dei volumi della chitarra di Michael Romeo e del basso di Michael Lepond, il quale, sacrificato a livelli di decibel ridicoli, non riesce a scandire perfettamente le linee di chitarra. La situazione andrà tuttavia migliorando durante il concerto, per diventare molto buona (tenuto conto che si sta suonando sul palco degli Stratovarius) da metà concerto in poi.
La band è in forma, come al solito Russel Allen, mastodontico front-man del five-pieces americano, tiene il palco da dio incitando il pubblico a cantare con lui, muovendosi, mimando, dirigendo la piccola orchestrina Symphony X, in un pot-pourri di gesti e mosse.
Segue “Inferno (Unleash the Fire)” e la gente inizia a mostrare il fianco cedendo alla grande energia che questi cinque ragazzi riescono a sprigionare. Soprattutto sul mosh-riff di “Wicked” il pubblico pare imbizzarrirsi saltellando di qua e di là, ondeggiando, fino al prossimo cambio di tempo – per poi ricominciare alla prossima esplosione di energia. Fantastica apertura per i Symphony X, che finora hanno dimostrato al pubblico milanese quanto sanno essere potenti.

Ma proprio a questo punto Russel ci invita a prendercela comoda e a godere delle melodie sublimi delle “Accolades”: “Accolade”, presente sul famigerato “The Divine Wings Of Tragedy” e “”Accolade II”, racchiuso nell’ultimo “The Odyssey”. Che dire, un po’ di magia inizia a sentirsi nell’aria dopo la potenza delle prime tre song proposte.
Si ritorna su territori speed neoclassici per la solare “Out Of The Ashes”, al cui ritornello pare partecipare buona parte dell”Italia On Line Stadium (già pieno per ben più di 3/4, e molto partecipe dello spettacolo dei nostri). Poi “Awakenings” – dolci note di pianoforte ad accompagnare la camaleontica voce di Russel Allen (all’inizio violenta e famelica, ora dolce e soave). Magia, ora sì, la si avverte tutta.
Quindi brividi.
Lo show di Romeo, Pinnella, Lepond, Rullo (sempre trascurato, ma efficace, preciso, fenomeno anche lui) e Allen si conclude con le immancabili “Sea Of Lies” e “Of Sins And Shadows”. Purtroppo proprio su quest”ultima canzone, non si è ben capito cosa sia successo, ma qualcuno deve aver perso qualche battuta per strada, per un attimo si è avuta la sensazione che la band cadesse proprio su uno dei suoi cavalli di battaglia principali. In realtà caduti no, ma inciampati a rischio naso per terra ci è parso proprio di sì.
Dettagli, comunque, che non inficiano il risultato finale – tanti neanche ci avranno fatto caso.
A conferma di ciò l’ovazione che il pubblico di Milano ha tributato alla band americana alla fine della sua performance, promuovendola sul campo a co-headliner della serata. Symphony X questa sera promossi a pieni voti, dunque.
[PAGEBREAK] Un quarto d’ora dopo salgono sul palco gli Stratovarius, cominciando il proprio spettacolo con “Eagleheart”.
Potevano scegliere un’opener migliore, non c’è dubbio.
Segue “Find Your Own Voice” (dal vivo gli acuti terrificanti del ritornello risultano, almeno stasera, davvero fastidiosi), pezzo sicuramente tirato, ma la gioia del pubblico esplode con “Kiss Of Judas”, gridando/cantando a squarcia gola il ritornello dell’opener di quello che è stato l’album che ha regalato alla formazione nordica l’ammirazione del grande pubblico, “Visions”. Ulteriore passo indietro per “Speed Of Light”, da “Epidode” (per alcuni l’ultimo album di un certo spessore artistico dei Nostri).

Il palazzetto, ormai pressoché totalmente pieno (se non c’è stato sold-out, lo si sarà mancato per pochi biglietti invenduti), partecipa molto attivamente alla prova dei tanto criticati Stratovarius. “Soul Of A Vagabond” è un’altra traccia di Elements Pt.1, forse la più heavy.
Nel loro show gli Stratovarius saccheggiano letteralmente gli album di metà anni ’90, soprattutto “Episode”, ma ovviamente anche “Visions”, senza trascurare “Destiny”, del quale viene riproposta la title-track sul finire della quale viene attaccato il chorus di “Fantasia”… in versione “Canta Tu!”: il testo della canzone appariva sul grosso telone posto alle spalle della band, si spera per voler sottolineare le parole ma l’effetto Karaoke (e quindi festa in piazza per il santo patrono, e pure tra le più becere) è stato qualcosa di veramente terrificante.

Dopo “Father Time” (apoteosi del pubblico) viene proposto un azzeccato medley dei primi quattro album della band (da “Fright Night” del 1989, a “The Fourth Dimension”, del 1995, passando per “Twilight Time” e “Dreamspace”). Inutile nascondere l’imbarazzo di buona parte del pubblico, che probabilmente non ha mai concesso la meritata attenzione a quei dischi e a canzoni in essi contenute come “Fright Night”, “Hands Of Time”, “We Are The Future”, “Dreamspace”, “Tears Of Ice” e “We Hold The Key” (tutte presenti nel medley).
Gli Strato provano a creare il loro momento di magia con la versione acustica di “Forever” (tipo “Visions Of Europe”).
Con la strumentale “Stratofortress” arrivano anche le alci.

Ebbene sì, nella parte centrale del pezzo, quello invero più divertente-divertito, salgono sul palco due personaggi mascherati da alci a fare i cretini, un po’ ballando, un po’ saltellando insensatamente. Timo Tolkki, forse divertito da questo siparietto (che dovrebbe conoscere a mena dito, visto che credo lo ripropongano uguale ogni sera), perde un paio di volte il suo compagno alle tastiere Jens Johansson, negli unisoni. Anche qui, forse pochi si saranno soffermati su questi dettagli (anche perché la prova nel suo complesso della band nordica è stata perfetta, come da copione). Seguono poi “Elements” e “Will The Sun Rise?”, che chiudono la prima parte dello Strato-show.

Senza salutare, ma semplicemente scendendo dal palco, la band se ne va.
Il pubblico rumoreggia, chiamandoli, e loro ritornano per “Season Of Change”, l”attesa “Paradise” (e ritornano anche le alci, a sputtanare definitivamente un testo che già di suo aveva i suoi bravi problemi di credibilità) e l’unico pezzo estrapolato per lo show milanese dal bistrattato Infinite, “Hunting High & Low” (ottima).
La band se ne va di nuovo senza salutare.
Siparietti che se non si affrontano con lo spirito giusto sono davvero irritanti.
Si riattacca la spina per “Black Diamond”, ultima canzone della serata, dopo la quale si ripongono definitivamente gli strumenti nelle rispettive custodie, risalendo sul tour-bus per ripartire verso un’altra città e un altro show.

Sia Stratovarius che Symphony X hanno offerto un ottimo show, sebbene ognuno secondo i propri dettami stilistici e nel proprio territorio musicale.
Quello che si è certamente capito questa sera è che i Symphony X sono ormai pronti per sostenere i rischi che inevitabilmente comporta una tournée da veri headliner, a patto che vogliano davvero, come crediamo, compiere il definitivo salto di qualità che gli spetterebbe di diritto e che permetterebbe loro di affrancarsi definitivamente dal ruolo di semplice cult-band.
E gli Stratovarius? Ogni anno, ad ogni loro uscita, li si dà per spacciati, ma loro continuano a vendere dischi, ad attirare gente ai loro concerti (magari per questa data uno zampino l’hanno messo anche Romeo e soci, ma il colpo d’occhio sul palazzetto durante la prestazione della band nordica era notevole) offrendo prestazioni dopo tutto coinvolgenti.
Dunque?
A ognuno il suo e ringraziamo le tre band (per i Thunderstone si va sulla fiducia) per gli show di alto livello che hanno saputo offrirci.

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