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  • Stratovarius: Elements Pt.1

    Stratovarius

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Timidi segnali di disgelo artistico

“Penso che Elements Pt.1 rappresenti uno step evolutivo per la band… [ma] non volevamo cambiare totalmente il nostro sound”. Parola di Timo Kotipelto.
È giusto aprire con le parole di uno degli stessi autori del disco per spiegare ed evitare di equivocare quello che effettivamente è “Elements Pt.1″: un album inconfondibilmente Stratovarius, che tenta come può di ampliare il discorso musicale della band. Nessuna rivoluzione, beninteso, ma il mediocre singolo apripista “Eagleheart” non è assolutamente rappresentativo di quella che è l’ultima fatica discografica degli Stratovarius, la quale, già nella sua seconda traccia, riserva qualche sorpresa: “Soul Of A Vagabond” cerca infatti di portare una ventata d’aria fresca nel sound della band, puntando su convincenti chiaroscuri ottenuti alternando dosi di melodia soffusa a “pachidermiche” sezioni elettrico-sinfoniche – non si sta parlando di sperimentalismi bizzarri, semplicemente di un leggero distacco dallo strato-standard. Anche “Fantasia” e “Papillon” sembrano tentare di scrollarsi di dosso l’odore di naftalina che da un po’ di anni emana la band, caricando molto il lato sinfonico delle composizioni.
La title-track è sostanzialmente il classico anthem à la Tolkki, sulla scia di canzoni come “Visions” o “Infinity”. Episodio atipico è il velocissimo e divertente strumentale “Stratofortress”, che si fa ascoltare con piacere, ma sarebbe stato gradito qualche guizzo artistico in più. Maggiormente in linea con il classico speed melodico scandinavo tipico della band sono “Find Your Own Voice” e “Learning To Fly” (quest’ultima ben più positiva e “solare” rispetto alla prima), che nonostante tutto si dimostrano in possesso di innegabile energia e grinta, caratteristiche che verosimilmente daranno i loro frutti anche in sede live. La conclusiva “A Drop In The Ocean” è una ballata acustica (più vicina a “Celestial Dream” che a “Forever”), la quale sfocia in un finale ambient a base di onde scroscianti (tra l’altro potrebbe ricordare un po’ lo stile di “Lullaby For Lucifer” degli Angra).
In definitiva un album sicuramente non da buttare, che non sconvolge pur convincendo a tratti. Dubbi, comunque, sulla sua effettiva capacità di riuscire a convertire nuovi adepti alla causa degli Stratovarius.

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