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  • Stratovarius: Fourth Dimension

    Stratovarius

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Creatività in nuce

Timo Kotipelto fa il suo ingresso in scena. Questo è di certo il più significativo e condizionante punto di svolta che la band abbia mai vissuto sino a questo momento. L’inserimento del secondo Timo negli Stratovarius fisserà il perno per il grande salto del gruppo di lì a pochi anni. “Fourth Dimension” segna dunque una svolta stilistica nella carriera della power metal band finnica, indotta dalla presenza della nuova ugola. Le atmosfere più cupe e introspettive di “Dreamspace” permangono, senza convincere, in brani come “Winter” o “030366″ e, con miglior sorte, nell’intrigante suggestione di “Nightfall”. Di fatto il platter si sviluppa sul doppio binario costituito dai dubbi esistenziali della mente di Tolkki (“Twilight Symphony” ne è l’esempio meglio riuscito) e da quel sapore filosofico-futurista palesemente rintracciabile in brani come “We Hold The Key” (maestoso manifesto dell’opera) e “Galaxies”, alternando ibridamente ritmiche malinconiche e pompose cavalcate speed-power. In questo mosaico ben s’innestano le evoluzioni neoclassiche di Tolkki, che riescono ad impreziosire l’album piuttosto che affossarlo nel tedium dello sterile tecnicismo. Opera di transizione questa in cui il combo scandinavo ha il merito di infondere vivacità e potenza, senza però aver ancora raggiunto una propria dimensione musicale ben definita. “Fourth Dimension” si presenta dunque come un lavoro a tratti scintillante, tuttavia privo di una forma nitida. Nato in un momento in cui gli Stratovarius non avevano ancora raggiunto il successo mediatico che segnerà e influenzerà la loro carriera, esso rappresenta un tassello importante e pone le basi di quel nucleo compositivo che porterà alla creazione dei suoi più blasonati successori.

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