Home > Recensioni > Stratovarius: Infinite

L’inizio del declino

Infinitamente uguali a se stessi.
Già, perché “Infinite” è di certo l’album che più di ogni altro sembra mancare completamente di ogni spunto innovativo. I due anni di attesa che ci separano da “Destiny” sembrano aver portato via anche la talentuosa verve creativa di Tolkki. In questo frangente gli Stratovarius sono passati sotto le ali protettive (e remunerative) della Nuclear Blast, che per l’uscita di questo lavoro non lesina una feroce pubblicità. Il singolone da hit nelle chart scandinave “Hunting High And Low” ha l’onere e l’onore di aprire l’album; pezzo valido e divertente che esalta i sensi di ogni vero Strato-fan, il cui ritornello ripetuto fino allo sfinimento fa però presto scemare l’entusiasmo. La sincerità ci impone di dire che nel corso dell’album i capitoli davvero validi sembrano latitare. Citiamo la gradevole “Infinity” e “A Million Light Years Away”, che ci desta dal torpore dell’album anche grazie ad un accattivante solo finale di Tolkki che, per quanto azzeccato, rischia di diventare il classico Deus Ex Machina che deve intervenire per salvare una trama compositiva di per sé scialba e latitante. Un disco che ci sentiamo di definire troppo figlio del music business e spoglio di ogni componente emozionale. Detto che l’album è ottimamente suonato e che si lascia ascoltare, davvero imbarazzante appare la sua longevità. È francamente difficile trovare stimolante quest’opera dopo due o tre ascolti e la mano corre nostalgica a ricercare uno a caso dei suoi predecessori per trovare un po’ di sollievo.
Il sound complessivo è asettico e decisamente poco coinvolgente; l’opera si salva dalla totale stroncatura solo ed esclusivamente per la sua buona fattura e per delle soluzioni che, per quanto scontate possano essere, trovano ancora il modo di lasciarsi apprezzare. Contare sulla cieca fede dei fan, per quanto accaniti ed affezionati essi siano, non può bastare.

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