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Strega comanda color… Rosa!

Il primo impatto con “Strega” è stato decisamente problematico. Abbiamo un nome da gruppo XX-pop e una copertina raffigurante un suino grigionero. In più, aggiungete che sul flyer promozionale campeggiava una descrizione tipo “i Kyuss incontrano PJ Harvey che copula con Robert Johnson che va a braccetto con i Coven” – non con queste esatte parole, ma insomma. Facendo due conti, non sembrava ci fosse molto da stare allegri.
E invece?
OK, scommettiamo che la prima cosa che volete sapere è “cotanta descrizione ha un qualche senso?”. Be’, togliamo Robert Johnson dal mucchio selvaggio e sostituiamo “PJ Harvey” con “c’è una donna che canta”, e magari leviamo di mezzo i Coven; a questo punto ci siamo quasi. Di sicuro i Kyuss ci sono, soprattutto nei suoni di chitarra e basso – per quanto entrambi siano molto in secondo piano rispetto al cantato, e be’, nei Kyuss non era esattamente così. Riff e songwriting hanno comunque poco a che fare con la band di Josh Homme, e si avvicinano a tratti ai Black Sabbath, a tratti a qualcosa di più americano e moderno. Suggeriamo principalmente Melvins, anche se qui e là l’altro nome che salta alla mente è quello dei Sonic Youth.
Le influenze sono dunque abbastanza diverse da quelle promesse, ma potrebbero comunque fare da preludio ad una gran ficata. Cosa c’è ad impedirlo? Be’, la voce potrebbe stufare alla lunga. Scazzata in perfetto stile Sonic Youth, inespressiva e sgraziata, sicuramente adatta al contesto ma che non riesce a scacciare l’impressione che si potesse fare di più. Ma è soprattutto a livello di songwriting che i SubRosa fanno un mezzo buco nell’acqua. Prendendo le canzoni a due o tre alla volta si ha l’impressione di aver scoperto qualcosa di grosso, ma un ascolto completo del disco mostra come le soluzioni tendano a ripetersi e ad assomigliarsi tra loro, trasformando “strega” in un pastone interessante ma abbastanza fine a se stesso.
Sia chiaro che questa non è una bocciatura totale, la miscela è sicuramente personale e molte idee fanno drizzare le orecchie ad un primo impatto. Alla lunga, però, questo lavoro dei SubRosa risulta essere più un piacevole sottofondo mentre vi rotolate nel fango di una palude della Louisiana che un coinvolgente ascolto attivo.

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