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Subsonica: Un lancio nel vuoto, per mano dei Subsonica

Come di buona regola dopo la pubblicazione di un disco, si passa al tour. E i Subsonica dopo la raccolta “Nel Vuoto Per Mano (1997 – 2007)” ritornano sui palchi di tutta Italia per far ballare ancora. Con lo spirito di sempre, come quello raccontato nei dieci anni racchiusi nell’album.

Noi li abbiamo incontrati tra una tappa e l’altra, o meglio: tra un sold out e l’altro. Il dj Boosta, il gentilissimo Davide Dileo per gli amici, si è prestato ad una piacevole chiacchierata durante la quale ci ha raccontato del lavoro in studio, dell’adrenalina dei live, dell’impegno della musica, della grande famiglia Subsonica e delle tante sfumature che hanno colorato la loro lunga e onorata carriera.

Con una simpatia contagiosa, Dileo ci conduce dritti dritti nella spirale torinese del gruppo italiano più ballerino di tutti i tempi. Tante le curiosità alle quali ha dovuto rispondere, come l’importanza del loro ultimo lavoro anticipato dal singolo inedito “Il Vento”.

Che valore ha una raccolta nell’era delle canzoni da scaricare on line?
Domanda interessante. In realtà è una raccolta che ci è stata proposta e che abbiamo preso con molto rispetto e molto impegno. Quando affronti un percorso – che nel nostro caso è sia musicale che di vita – che dura 12 anni, senza mai interromperlo, c’è bisogno di fermarsi un attimo e guardarsi indietro.

La scelta dei brani come è avvenuta?
Abbiamo lavorato prediligendo l’aspetto pop delle canzoni, ma abbiamo rimasterizzato tutto andando a Londra. La scaletta di questa antologia non è cronologica, ma disegna una sorta di filo rosso che dovrebbe accompagnare l’intero album, e questo forse è un retaggio della nostra cultura da club e delle varie devianze da dj.

I Subsonica hanno messo un punto e voltano pagina?
Noi facciamo i dischi per andarli a suonare, quindi avere una bella antologia ci piace. Sta di fatto che è davvero la chiusura di un ciclo. Poi i Subsonica rinasceranno, chissà. Questi primi dodici anni e questi primi cinque dischi si chiudono qui.

Quanto vi sentite cresciuti rispetto al ’97?
Molto, specie anagraficamente! Se siamo maturati come artisti spero lo si noti.
Se pensiamo che facciamo musica dal secolo scorso… be’, ci rendiamo conto che è una cosa impegnativa e che siamo cambiati tanto. Io sono il più giovane del gruppo, ho iniziato a 22 anni, ora ne ho 34: son passato dall’essere uno scapestrato all’avere una famiglia. L’unica cosa che non è cambiata – e devo dirlo per dovere di onestà – è il motivo per cui facciamo musica: perché ci piace farla.

A chi riconosce un sound diverso nell’ultimo singolo “Il Vento”, come rispondono i Subsonica?
Noi di solito abbiamo difficoltà a capire quali cose giungono come nostre e quali no. Un po’ perché i Subsonica sono una specie di Frankenstein fatto con cinque teste diverse e, in fondo, hanno sempre funzionato perché sono un’alchimia di ciò che ognuno porta.

È una canzone scritta appositamente per essere l’unico inedito di un lungo percorso?
No, in realtà è un brano venuto fuori durante la scrittura de “L’Eclissi”, ma poi scartato perché il disco ha preso una piega più elettronica. A me è sempre piaciuta molto sia nel ritornello che nell’atmosfera. Insomma, era semplicemente una bella canzone che ci dispiaceva buttar via.

“Il Vento” è stato presentato con un video diretto da Cosimo Alemà. Quanto partecipate alla realizzazione dei vostri video clip?
Noi riponiamo grandissima fiducia nel regista al quale viene affidato il video. Solitamente ci rivolgiamo a persone che stimiamo per il loro lavoro precedente, quindi gli diamo completamente in mano il pezzo.

Vedendovi così a vostro agio sul palco ci si immagina i Subsonica tanto energici anche in studio. È così? Come descriveresti il periodo di registrazione?
Dirò quello che direbbero tutti i musicisti – o almeno tutti i musicisti che abbiano voglia di dire la verità: lavorare in studio è molto difficile. Quando sei un corpo pentacefalo, come siamo noi, lavorare 15-16 ore al giorno per 2-3 mesi di fila diventa pesante. I tempi e gli spazi diventano stretti, c’è la stanchezza, ma magari tutto ciò è bilanciato dall’entusiasmo di un’intuizione, dalla soddisfazione di un risultato.

Tocca lavorare di pazienza e di psicologia quindi?
Sì, è un processo di cognizione delle personalità veramente complicato. Siamo sempre riusciti a prenderla bene perché non dimentichiamo il rispetto che abbiamo per i nostri compagni di avventura.

E se i Subsonica fossero una grande famiglia, quali sarebbero i rispettivi ruoli?
Mi sa che più che una famiglia, i Subsonica sono un comitato: distribuiamo le responsabilità, passiamo tutti da un compito all’altro. Non c’è scampo, per nessuno!

In questo comitato come funzionano gli hobby personali? Tu come porti avanti le tue attività di dj e di scrittore?
Con un po’ di sonno in meno si gestisce tutto! Trovarsi degli spazi per fare altro credo sia una necessità fisiologica dell’essere umano. Si arriva ad un certo punto in cui hai bisogno di metterti alla prova da solo. Così come è importante portare all’interno del gruppo la propria esperienza individuale.
[PAGEBREAK] Questo tour sta collezionando date sold out. È un gran merito. Ma con che responsabilità si sale sul palco?
Mi tocca dire la verità: con minore responsabilità. Ma dico ciò in un’accezione positiva. Con questo tour ritorniamo in posti dove abbiamo già suonato e nei club più piccoli che preferiamo, siamo nel nostro habitat naturale: noi, il palco e la gente intorno. Sapere che il pubblico ha accettato numeroso l’invito ci facilita anche le cose.

Voi, il palco e la gente intorno… ma ai Subsonica piace più far ballare o far cantare?
Ballare! Puoi cantare tranquillamente a casa, sotto la doccia, ma per ballare con l’adrenalina addosso devi essere sotto ad un palco. E poi non sempre il labiale del pubblico è quello giusto!

Da “Piombo” in poi il vostro rapporto con Roberto Saviano è stato una sorta di scambio di favori a suon di penna (la rivista “XL” ne sa qualcosa). Perché un gruppo come i Subsonica sente il dovere di avvicinarsi a questa realtà?
È un dovere che sentiamo non come gruppo, ma come individui. Se vivi in questa nazione non puoi non sentire il richiamo di una coscienza sociale. Viviamo in una sorta di dittatura soft ed è questo soft a frenarci. Se ci fosse un regime militare qualcuno si sarebbe anche ribellato e invece la democrazia addomesticata sta bene un po’ a tutti.

Insomma, la musica arriva laddove le parole di chi ci guida non arrivano?
Sì, perché a noi non sta bene che si metta allo stesso livello il sociale di una persona come Roberto che consuma la propria responsabilità civile in maniera alta con quello di persone che, invece, si riempiono la bocca di nulla. Fare il cantante dovrebbe avere una valenza più sociale, e noi raccontiamo quello che vediamo. Certo, se un giorno vedessi gente in strada che si passa i fiorellini, sarei il primo a scriverlo!

Questo senso di realtà se condotto al live è una sorta di grido al “riprendiamoci la notte”?
Certo, oramai si esce la sera pensando che si potrebbe non tornare a casa per via di eccesso di droga, o di un incidente. Si esce con la paura di subire uno stupro o trovarsi nel bel mezzo di una rissa. Non deve essere così: un concerto deve avere l’obiettivo di rilassare, divertire, far conoscere gente nuova. Un live dei Subsonica è anche questo e, seppure non saranno i nostri concerti a migliorare l’Italia, contiamo di salvare il divertimento della notte.

Se quella con Saviano è da considerare una collaborazione ben riuscita, qual è una collaborazione musicale mai avvenuta?
Suonerà strano, ma per me una collaborazione con Mina resta un desiderio da avverare. Oppure Burt Bacharach. Lo so, sono nomi lontanissimi da noi, ma mai dire mai…

Proprio tra piccoli desideri realizzati son passati questi anni oggi racchiusi in “Nel Vuoto Per Mano”. Ci dai un solo aggettivo per descriverli?
Fantastici. Niente di più.

E se invece ti chiedessimo della tua recente esperienza di padre? Come ti ha cambiato?
Diventare padre mi ha reso entusiasta. La prospettiva di avere figli che un giorno ti chiederanno cosa hai fatto ti spinge a fare sempre di più e sempre meglio. Loro ti chiederanno “papà, chi sei?” e ti toccherà rispondergli “ho fatto questo, questo e quest’altro ancora…”. È una responsabilità dolcissima che senti di dovere a queste che ora sono solo piccole creature.

Cosa ascolta Davide oggi?
Per deformazione professionale ascolto molta elettronica, ma io sono un appassionato di musica pop anni Sessanta. Se voglio un po’ di buon umore ascolto reggae. Se invece cerco un po’ di grinta… suvvia, è scontato: sono cresciuto con gli AC/DC!

Un amico ti chiede consiglio su un nome della musica italiana…
Se l’amico è mio coetaneo faccio i nomi di Fossati e Afterhours.

Nessun nome di gruppi emergenti?
Be’, non posso dire di aver trovato dei nomi veramente interessanti. Se devi raccontare qualcosa a qualcuno non dev’essere un exploit temporale, ma un nome che abbia una storia.

Ok, ma noi un nome lo vogliamo.
Allora dico Il Genio o Bugo, loro mi piacciono molto.

Per concludere: cosa non è mai stato chiesto a Davide Dileo in un’intervista?
È difficile come domanda e poi ho sempre cercato di dire quello che volevo anche se la domanda non mi era stata posta. Diciamo che lavoro di furbizia, anche se son quasi contento di quello che mi hanno sempre chiesto. Quando lo ero un po’ meno cercavo di cambiare direzione.

Come in questo momento?
(risata, ndr)

Ci vediamo sul palco, è una promessa!

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