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    Subterranean Masquerade

    Data di uscita: 04-01-2006

    Loudvision:
    Lettori:

Mai commistione fu così saggia

Caro lettore, ecco una rara buona ragione per restare: i Subterranean Masquerade presentano qualcosa di così innovativo od insolito da giustificarli come ‘genre-defining’. Fatto: la complessità della proposta è innegabile. Altro fatto: la sua eterogeneità, la sua compattezza lo sono altrettanto, se non addirittura di più. Gli episodi, i momenti sono innumerevoli, e scivolano fluidi secondo un divenire naturale, almeno tanto quanto la varietà di generi chiamati in causa. Il trio chiama a raccolta le personalità che, a loro giudizio, meglio possono interpretare gli stili ed i ruoli più spiccati: Paul Khur dei Novembers Doom è delegato ai growl in perfetto incrocio tra Mikael Akerfeldt e il Nick Holmes dell’era “Gothic”, mentre Wendy Jernigan (ex-COSM) e Mike Sartain offrono le loro corde vocali rispettivamente in “Awake” e “The Rock’n’Roll Preacher”; Jake Depolittle (Union Of The Snake) si prende cura di bassi e chitarre, coadiuvato da Willis Clow (SLAJO). A questi si aggiungono un’intera sezione di archi e corni, fiati e coro. E per amalgamare il tutto nel modo più magistrale possibile è stato chiamato al mixaggio Neil Kernon, che nella sua instancabile vita di produttore ha affiancato in modo vincente band jazz, classic metal e death, trovando per ogni genere il suono giusto.
Questo secondo capitolo della “X Trilogy” segue quell’all’unanimità acclamato EP “Temporary Psychotic State”, che nel 2004 fece dei Subterranean Masquerade un’ultra-consacrata band rivelazione, e spazia con assoluta scioltezza dal progressive (talora metal, talora rock), all’alternative rock, al jazz, al metal più estremo finanche alla world music come nell’inaspettato finale di “No Place Like Home”, brano che spicca decisamente per le alternanze acustiche venate di solitari armonica e violino, arcigne derive estreme che transizionano con mirabile abilità nei break acustici in sette ottavi ‘da meditazione’; il tutto, con una naturalezza compositiva, una compostezza tali da far pensare, che ai brani non sarebbe mai e poi mai potuta appartenere forma differente. Minimalismo d’introspettive chitarre acustiche, non di rado impegnate a giocare con un pianoforte malinconico; essenzialità d’impatto di sfuriate death graffianti urlate da un sofferente growl; arrangiamenti orchestrali e coristici, a contendersi con assoli d’archi evocativi e vocalità fiere della propria nuda bellezza il temporaneo ruolo da protagonista; scale lusitane, fortemente orientaleggianti come i timbri del dulcimer, in una staffetta corsa su d’un cerchio perfetto con accordi diminuiti dal colore plumbeo; ed ancora, sax ed ottoni vari, varie percussioni che inaspettatamente fanno capolino di grazia, donando all’intero album quel sofisticato gusto in più.[PAGEBREAK]Notevole e sbalorditiva è la sensazione di lasciarsi avvolgere da una compatta sessione ritmico-acustica intervallata da un cantato regolare, tormentati poi da sofferenti ma genuine parti estreme, e scivolare in una fluttuante dimensione dove, senza accorgersene, la struttura della canzone e l’equilibrio fondato sulle voci viene completamente ribaltato da magistrali interpretazioni strumentali che giocano la carta vincente dell’espressività di ogni singolo mezzo: pianoforti, sax, fiati, corni, archi, sono mirabili da seguire come singoli, agendo in perfetta concertazione tra loro.
Affinché possiate farvene un’idea, sappiate che le loro sonorità più soffusamente jazz s’avvicinano a quelle dei Beyond Dawn di “Electric Sulking Machine” (dimenticatevi, per intenderci, la sclerotica schizofrenia degli Ephel Duath); che il loro spirito più prettamente metal, richiama l’eleganza degli ultimissimi In The Woods; e che, soprattutto, nessuno o quasi prima di loro, era riuscito a comporre una musica tale, da far credere che il proprio discendere dall’Arte non abbia avuto il benchè minimo intermediario umano, quasi che le canzoni necessitassero non tanto di ‘personalità’, quanto piuttosto d’una voce tramite cui farsi udire. Dalla finestra della vostra stanza, il cielo parrà mutare il proprio colore un’infinità di volte… E la vostra camaleontica anima, vi sembrerà mimetizzarsi con esso.
La bellezza inattaccabile, la vincente cura per ogni sonorità, la disarmante bellezza d’ogni scelta artistica, la piacevolezza con cui anche lo smarrirsi tra le lunghe partiture rimane piacevole e stupefacente, fanno di “Suspended Animation Dreams” un classico. E proprio il suo naturalissimo fluire senza rendersi facilmente memorizzabile gli garantisce lunga longevità; mentre l’elevato numero di strumentisti, tutti liberi di sprigionare la loro personalità, tutti perfetti nell’amalgama complessivo, consente un’esperienza musicale coloratissima ed omogenea allo stesso tempo.

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