Home > Recensioni > Suburra

Roma, 5 novembre 2011. Al centro della vicenda c’è l’approvazione di una legge per permettere una grande speculazione edilizia, che trasformerà il litorale di Ostia in una sorta di Las Vegas, un gioco di potere che coinvolge politici, cardinali e i più importanti rappresentati della criminalità, ma anche tutta una serie di persone che vivono ai margini di quel mondo. Sette giorni prima dell’Apocalisse.

È Roma la vera protagonista di “Suburra” di Stefano Sollima, tratto dall’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini: una città viva e spietata, sulla quale cade una pioggia sporca ed incessante, che azzera le distanze sociali. Piove sul Vaticano, su Montecitorio, sul Tuscolano, sul litorale di Ostia: lo scenario ideale per un noir in cui non c’è spazio per i buoni. Una Roma familiare ma allo stesso tempo estranea, per chi l’ha amata e continua ad amarla.

Il nuovo film di Stefano Sollima sembra costituire quasi un sequel ideale di “Romanzo Criminale – La serie”, dove la volontà di riscatto sociale deviato di quei giovani delinquenti di borgata che volevano «pijasse Roma» è superata e portata su altri livelli, nella profondità delle istituzioni.

Fa un certo effetto vedere “Suburra” in un periodo così difficile, ma non era nelle intenzioni di Sollima farne un film di denuncia o una ricostruzione. Partendo da una realtà approfondita e documentata, il regista si concentra principalmente sulla dimensione del racconto, confezionando un film tra il noir e il western metropolitano, in una città ormai di frontiera.

“Suburra”, con la sua dimensione di intrattenimento popolare, è cinema di genere a tutti gli effetti. Tenendo bene a mente i modelli del crime movie e del poliziottesco, Sollima prende la sua strada, per narrazione ed estetica, riuscendo a non essere derivativo.

Ne risulta un film moderno, con una propria personalità, che sceglie di fare grande uso dei campi larghi, per poter dare il giusto risalto al mondo di ciascun personaggio, e della fotografia elegante di Paolo Carnera, in contrasto con la brutalità delle situazioni che, è il caso di dirlo, è soprattutto psicologica. Le esplosioni di reale violenza, in realtà, non sono molte, ma sono tutte costruite con grande mestiere.

Sollima, inoltre, riesce a delineare dei vividi ritratti umani con la sola forza delle immagini, grazie anche alle ottime interpretazioni di tutto il cast (Claudio Amendola nel ruolo del Samurai e, soprattutto, Alessandro Borghi in quello di Numero 8) e alla scelta della splendida, anche se a volte troppo ingombrante, colonna sonora. Regia e recitazione, così, riescono a sistemare le pecche della sceneggiatura di Stefano Rulli e Sandro Petraglia, non sempre all’altezza, a cominciare dalla convenzionalità di certe linee di dialogo. È molto probabile che la serialità (Netflix ne ha infatti ordinati 10 episodi), con il suo più ampio respiro, possa giovare a questo tipo di racconto, come ha fatto per “Romanzo criminale” e “Gomorra”.

“Suburra”, nonostante alcune sbavature, è un ottimo crime movie e, soprattutto, una boccata d’aria fresca del panorama del cinema italiano, non solo di genere. 

Pro

Contro

Scroll To Top