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Sudore e sangue

L’intervallo di latitudine coperto dallo stivale tricolore è davvero ampio e le conseguenze sul clima, gli usi e i costumi locali, nonché una miriade di particolari che potremmo chiamare folkloristici, sono continuamente sotto gli occhi di tutti. Uno di questi è senz’altro l’orario di inizio dei concerti, che da Milano a Roma, per non scendere più in giù, subisce uno slittamento non previsto dai ritmi dettati da Greenwich. Tutto questo per giustificare il fatto che, pur strafogandosi un panino, è sempre molto difficile riuscire a non perdersi l’inizio di un concerto meneghino infrasettimanale. Quando poi ad aprirlo non sono i – pur divertenti – Die Mannequin, ma uno dei migliori successi indie americani degli ultimi mesi, la situazione diventa ancor più ispida.

Gli Okkervil River non sono dei manichini né di nome né – tantomeno – di fatto, tanto che cedono il loro posto da headliner solamente per questo show, in onore dell’unica apparizione dei Black Keys. Per fortuna avremo modo di rivederli a Bologna, come interpreti principali della serata, perché i Magazzini Generali peggiorano notevolmente l’effetto del ritardo rispetto al puntualissimo inizio fissato per le 21. L’ampio magazzino adibito a venue per prestigiosi live show è quanto di più scomodo si possa immaginare per tale funzione, vista la struttura a corridoio che garantisce una buona visuale alle sole prime cinque file. A condizioni che siano disposte in ordine di altezza crescente…

Dunque abbiamo goduto dell’allegria degli Okkervil River, senza poterli osservare molto attentamente. Il palco, tra l’altro, è pieno di persone, visto che numerose chitarre si alternano a strumenti meno convenzionali, e di conseguente confusione. Il suono non ne risente in maniera eccessiva, ma la differenza con il duo seguente sarà comunque notevole. La seconda parte del concerto segue una scaletta piuttosto tipica, inanellando in chiusura “Lost Coastlines”, “Black Sheep Boy”, “For Real”, “Our Life Is Not A Movie Or Maybe” e “Unless It’s Kicks”, e lascia una piacevole impressione in tutti gli astanti, convincendo anche chi era arrivato per il blues degli headliner che dal profondo degli Stati Uniti può emergere anche un suono decisamente più solare.

La lunga attesa per Daniel Auerbach e Patrick Carney fa rimpiangere la prematura conclusione dell’odierna spalla, ma viene presto spazzata via dal calore, bollente, e dal colore, assolutamente nero, dei Black Keys. I tasti neri, dal vivo ancora più che su disco, si allontanano decisamente dai paragoni con le connazionali strisce bianche. Quando attaccano con “Thick Freakness” sembrano i Black Sabbath, dopo pochi minuti non regge nessun paragone. Carney tortura la batteria in un modo inimmaginabile, colpisce pelli e piatti con una forza che intimorisce e la sua doppia cassa cambia il ritmo cardiaco a metà della sala. Auerbach saltella manco fosse Angus Young e sviscera un suono densissimo dal suo strumento, con il quale sembra condividere un rovente flusso passionale.

L’energia che arriva dal palco è perciò travolgente, ma questo si accompagna ad una perfetta definizione di suono e intenzioni, aspetti solitamente difficili da conciliare. La scaletta è leggermente accorciata, con un solo bis rispetto agli show americani. A dire il vero non è il mancato tris la delusione principale degli ultimi minuti, quanto la fugace scomparsa dietro le quinte del duo, che accenna un saluto e non concede altro al pubblico. Evidentemente lo sforzo durante lo spettacolo deve essere stato stremante, per empatia e per fisicità. Se per il primo caso la soggettività potrebbe, se pur a fatica, nascondere gli entusiasmi dietro ad una coltre di presunta staticità, sonora e sociale, dei due, sul sudore profuso dalla fronte del devastante Carney e sul sangue metaforicamente versato dai generosi pori di Auerbach non ci sono dubbi. E questo, di per sé, è quantomeno onorevole.

Black Keys:
Thick Freakness
Set You Free
Same Old Thing
Girl Is On My Mind
10 A.M. Automatic
Stack Shot Billy
Busted
Everywhere I Go
Strange Times
Your Touch
The Breaks
No Trust
I’m Glad (cover Captain Beefheart)
Have Love Will Travel
I Got Mine

Psychotic Girl
Till I Get My Way

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