Home > Interviste > Suffragette | Incontro con la regista Sarah Gavron

Suffragette | Incontro con la regista Sarah Gavron

«Abbiamo voluto girare “Suffragette” perché non era mai stato realizzato un film sulla lotte per i diritti femminili, un argomento peraltro ancora estremamente attuale: pensiamo che ancora oggi nel mondo 62 milioni di ragazze non hanno accesso all’istruzione, che nel Regno Unito una donna su tre subisce violenza sessuale, che le donne attive in politica nell’industria cinematografica sono tuttora pochissime…»: la regista inglese Sarah Gavron è a Roma in compagnia della produttrice Faye Ward per l’uscita di “Suffragette” (qui la nostra recensione), che dopo le anteprime del London Film Festival e del Torino Film Festival, sarà in 124 cinema italiani a partire dal 3 marzo, in tempo per celebrare il 70esimo anniversario — 10 marzo 1946 — delle prime elezioni amministrative per le quali le donne italiane furono chiamate a votare.

«Fin dall’inizio − le fa eco Faye Ward — sapevamo quindi di avere tra le mani un progetto molto interessante, proprio perché poco conosciuto. Per noi era importante fare un film in grado di comunicare soprattutto con le nuovi generazioni. Dalle lunghe e accurate ricerche storiche che hanno preceduto il lavoro di scrittura (la sceneggiatura è di Abi Morgan, ndr), abbiamo scoperto cose molto interessanti: ad esempio il nuovo capillare sistema di sorveglianza, che vediamo nel film, messo in atto dalla polizia londinese era stato introdotto proprio per controllare le attività delle suffragette. Volevamo un film viscerale, che riflettesse anche la forza violenta di questo movimento politico».

«Quello delle suffragette — spiega Gavron — è stato un movimento politico insolito per una società dove la divisione in classi era così netta, un movimento capace di unire donne dalla provenienza più diversa. Ci ha colpito moltissimo leggere le loro lettere: le operaie come Maud (il personaggio interpretato da Carey Mulligan, ndr) erano quelle che avevano più da perdere, rispetto alle donne delle classi agiate. Per loro partecipare a una manifestazione spesso voleva dire mettere a rischio il posto di lavoro e quindi la sicurezza economica. Nei libri di storia se ne parla poco, per questo nel nostro film abbiamo voluto dare loro la rilevanza che meritavano».

La variegata provenienza sociale delle attiviste trova un riflesso interessante nelle scelte di casting, che affiancano attrici molto diverse per stile e carriera: «Il lavoro sulla sceneggiatura ha richiesto sei anni — racconta la regista — e, pur avendo scelto Carey Mulligan per il ruolo di Maud praticamente subito, le abbiamo mandato la proposta solo alla fine. Pensavamo che Carey avrebbe risposto non prima di un mese, Faye si era presa persino un breve periodo di vacanza, e invece ci ha contattate dopo appena un paio di giorni, e in pochi minuti ha confermato la sua partecipazione. Una grande sollievo. Il resto del cast è stato assemblato intorno a lei».

Su Helena Bohnam Carter c’è anche un aneddoto curioso: «Lei è la bisnipote di Lord Herbert H. Asquith, allora primo ministro e oppositore del movimento delle suffragette, non sapevamo se se la sarebbe sentita di accettare. E invece ci ha detto: “Darling, ma certo, come potrei non farlo?”».

Poi c’è Anne-Marie Duff, qui per la prima volta in un ruolo cinematografico di rilievo (anche se sulla locandina del film ha dovuto cedere il posto ai volti più noti): «L’abbiamo vista e ammirata spesso a teatro, è stata ad esempio una fantastica Lady Macbeth, e sa trasmettere grande verità ai suoi personaggi».

E infine c’è lei, «l’icona che interpreta un’icona»: Meryl Streep nei panni della leader del movimento Emmeline Pankhurst. «Come dice Faye, Meryl è stata la migliore amica che potessimo desiderare per il nostro progetto».

«Siamo stati i primi ad avere il permesso per girare nella House of Parliament — racconta Faye Ward — In quell’occasione Helena Bonhan Carter, che era lì con la madre e la famiglia, ha incontrato Helen Panckurst, la nipote di Emmeline, e le ha detto “I’m sorry!”».

Il casting maschile (Ben Whishaw, Brendan Gleeson, Finbar Lynch) è stato invece più complicato «perché gli agenti degli attori continuavano a risponderci che i personaggi erano troppo secondari, e noi ribattevamo “beh, benvenuti nel mondo in cui le donne vivono da cento anni!”».

Foto: @RomaCinemaFest

Scroll To Top