Home > Recensioni > Suffragette

Partiamo dal titolo. “Suffragette” era il termine dispregiativo con il quale il Daily Mail chiamava le attiviste inglesi che all’inizio del 900 si battevano perché il diritto di voto fosse esteso anche alle donne. Il movimento rivedicò il nome con orgoglio, facendone un simbolo della propria battaglia volta sovvertire l’ordine patriarcale della società, a partire proprio dal linguaggio.

Oggi “Suffragette” è anche un film, diretto da Sarah Gavron (“Brick Lane”) e scritto da Abi Morgan (“The Iron Lady”, “Shame”, “The Invisible Woman”), determinate, a fianco delle produttrici Faye Ward e Alison Owen, a portare sul grande schermo un pezzo di storia importantissimo ma finora praticamente ignorato dal cinema (qui l’incontro romano con regista e produttrice).

Un lunghissimo lavoro di ricerca storica, scrittura e riscrittura (per la stesura definitiva della sceneggiatura sono stati necessari sei anni di lavoro), ha portato al centro del racconto la figura di Maud Watts (Carey Mulligan), fittizia ma ampiamente ispirata alle esperienze di donne reali. Il percorso di Maud è quello classico di tanti film che raccontano le lotte civili e politiche: una progressiva presa di coscienza che dall’iniziale curiosità, mista a timore, per la causa delle suffragette, la porterà a combattere in prima linea per il voto femminile e in generale per tutti quei diritti fondamentali, sul lavoro come nella vita domestica e familiare, che oggi diamo per scontati (almeno in gran parte dei nostri fortunati paesi occidentali) ma che allora sembravano un’utopia.

Putigliosa e didattica, ma mai pedante, la sceneggiatura di Abi Morgan tocca così i vari punti sensibili portati alla luce dalle azioni, anche violente, delle militanti: la mancanza di ogni tutela in ambito professionale e la disparità dei salari, l’esclusiva proprietà paterna nei confronti dei figli, l’utilizzo di brutali metodi di repressione da parte delle forze dell’ordine, e la caparbietà delle attiviste nel praticare in carcere forme di protesta estreme come lo sciopero della fame.

La variegata composizione del movimento delle suffragette, nel quale le donne appartenenti alla working class ebbero un ruolo di primo piano, viene rappresentato nel film non solo attraverso la narrazione diretta ma anche grazie a un brillante lavoro di casting che mette insieme attrici diverse per temperamento artistico, stile di recitazione, origini e carriera.

Ecco quindi la trentenne Carey Mulligan, dalla filmografia ricca e con già in tasca una nomination agli Oscar (per “An Education”, nel 2010); ecco Anne-Marie Duff, acclamata attrice teatrale (e tra gli interpreti della serie “Shameless”) ma sottoutilizzata dal cinema, almeno finora, perché “Suffragette” le regala finalmente un bellissimo ruolo da co-protagonista; ecco Helena Bonham Carter, una carriera trentennale che ha toccato pressoché tutti i generi (e, curiosità, un bisnonno acceso nemico delle suffragette, l’allora primo ministro Lord Herbert H. Asquith); ed ecco Meryl Streep, icona del migliore stardom hollywoodiano, in scena per pochi minuti nei panni dell’icona politica Emmeline Pankhurst, leader del movimento.

Meryl Streep ha il carisma e l’eloquenza necessari per rendere credibile ed emozionante sullo schermo un comizio in forma di monologo (oltre a un accento impeccabile, ma non c’è neanche bisogno di dirlo), e sintetizza con la sola presenza scenica il valore che Emmeline Pankhurst aveva agli occhi delle militanti: una figura percepita, e messa coerentemente in scena da Sarah Gavron, non come una persona reale ma come fonte d’ispirazione astratta (anche con effetti pericolosi e forse manipolatori: pensiamo alla morte di Emily Wilding Davison, qui interpretata da Natalie Press), secondo un metodo che ricorda un po’ quello utilizzato da Mario Martone per tratteggiare il Giuseppe Mazzini di “Noi credevamo”.

C’è, insomma, qualcosa di sottilmente meta-cinematografico nel vedere Anne-Marie Duff applaudire tra la folla una Streep che dall’alto di una finestra si rivolge alla piazza, qualcosa che rende “Suffragette” un film autenticamente moderno, capace di dialogare con la contemporaneità in modo intelligente e, perché no?, ironico.

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