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Sulla differenza nelle sostanze metalliche

Deo Gratias, viene da dire alla vista di Lee Dorrian su di un palco.
Altro viene da dire quando si scopre che il concerto è già iniziato, seguendo la moda dell’ “Aperitivo in concerto”; regola infausta per cui sempre più spesso gli show iniziano ad orari improbabili, tipo sette di sera.
Detto della nota folkloristica, diciamo anche della splendida forma dei Cathedral, combo che ha circamenoquasi guadagnato l’immortalità grazie ad un paio di platter quali “Forest of Equilibrium” ed il mini “In Memoriam”, perle doom metal senza respiro e senza difetto. Questa sera c’è un Dorrian senza quiete ad agitarsi sul palco, con il suo bagaglio di strane mosse e facce ad effetto uscite da chissà quale strano incubo di plastica. Un gruppo compatto e caldo alle spalle, con sugli scudi un Gary Jennings da ricordare, soprattutto in quello che sarà l’apice emotivo del concerto, ovvero una “Ebony Tears” che avvolge immediatamente il pubblico con scure ombre e ambasce sui loro cuori. Vero anche, però, che oramai i Cathedral sono i re di un suono tutto particolare, fatto di groove, di scorie di quello che un tempo era doom e di riff pesanti e scuri come la pece; un suono che nonostante il nero genetico nelle proprie vene riesce a far muovere il culo come solo i migliori. Questo i nostri lo sanno ed ecco che il concerto parte con “Ride” da “The Ethereal Mirror” per poi procedere lungo la storia del gruppo fino all’ultimo “VIITh Coming” tra cui una “Resisting The Ghost” particolarmente riuscita e foriera di dubbi (in senso positivo) sulla qualità del disco in questione. Grandissimi Cathedral, grandissimo l’istrionico Lee Dorrian e gran peccato per lo slot di su(/o?)pporto.
Turno dei Samael – eterno cambio di palco – e strane proiezioni lisergiche e frattali spaziali sullo sfondo accolgono i nostri occhi. Peccato per un Vorph infortunato, peccato che la set-list del gruppo abbia preso in considerazione quasi solamente “Eternal” e “Passage”, peccato per la noia incipiente. Niente batteria, solo una tastiera e una drum machine qualche pad (e tanta scena, permettetemelo di dirlo. E non in senso positivo, questa volta). Della serie “Ho scoperto la musica elettronica”, i Samael si tagliano le gambe da soli, non accennando minimamente a prendere in mano il loro stesso materiale per elaborarlo od offrire gustose variazioni sul tema. Un’esibizione piuttosto piatta, così come lo è l’uso dell’effettistica elettronica (un pattern di batteria che rimane praticamente identico per un buon 85% dei pezzi suonati) e la verve messa nel suonare. Da parte mia, pollice verso. Speriamo nella prossima volta.
Ah, dieci e mezza e tutti a casa. Chiaro.

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