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“Summer 82 When Zappa Came to Sicily” di Salvo Cuccia

Presentato a Venezia fuori concorso come evento speciale, questo documentario sul tour italiano di Zappa nel 1982, sul suo concerto di chiusura del tour a Palermo, su due visite diverse della famiglia Zappa a Partinico, paese siciliano da cui il padre del chitarrista partì alla volta di New York, e sul viaggio di un padre e un figlio dal Friuli alla Sicilia presenta molteplici materiali di differente estrazione che, inaspettatamente, formano un film unico e anche abbastanza compatto.

Ha rischiato molto il regista Salvo Cuccia, rischiando di squilibrare per troppa ambizione un lavoro partito come cortometraggio e poi diventato nel tempo un documentario di un’ora e mezza. Ma Icaro questa volta, pur avvicinandosi al sole, non ha visto bruciare le sue ali. E l’ovazione di pubblico e stampa al termine della proiezione veneziana testimonia la buona riuscita.

Cuccia documenta le visite di Gail Zappa, la moglie, e degli altri figli tra cui Dweezil, buon chitarrista anche lui, in Italia per un cambio di toponomastica fuori dell’ordinario. Partinico ha una via dedicata a Frank Zappa. Mentre trent’anni prima la Polizia considerava alla stregua di pericolosi sovversivi i fans che seguivano il suo concerto. È questo il filo sottile che collega le diverse parti del film. La banda del paese di Partinico esegue un pezzo di Zappa: il rock ha abbattuto un’altra barriera, proprio in quella terra che di barriere alzate ne ha tante, all’apparenza inscalfibili. Di questo e altro abbiamo parlato con il regista Salvo Cuccia:

Il documentario è un’unione di materiali diversi e, all’apparenza, inconciliabili che però formano un discorso unitario. Come ci è riuscito?
È stato un lavoro lungo e difficile, iniziato nel 2009. È un film fatto, appunto, di materiali contrastanti, sia per formato, sia per storie, sia per argomenti, che s’intrecciano. È una concezione molto “zappiana” del cinema, anche lui univa cose inizialmente molto lontane tra loro. È un po’ come la vita, una serie di contrasti insanabili che però fluiscono insieme a formare un’esistenza.

Qualcosa di unico e, secondo me, anche di irripetibile.
Io di certo non lo ripeterò.

Passiamo al pezzo forte del film, le immagini e la ricostruzione dello storico concerto di Zappa a Palermo, concerto che finì prematuramente per lancio di lacrimogeni e cariche da parte della Polizia. Lei ha montato delle testimonianze di persone che hanno assistito al concerto. È stato difficile trovarle?
Assolutamente no, in quanto tutte le persone che conoscevo, tutti i miei amici erano andati al concerto tranne me, ed io non c’ero per i motivi che si vedono nel film. Tra l’altro alcune di quelle persone che hai visto sono miei ex compagni di classe che poi lavorano anche nel mondo della musica. Michele Cuffaro, ad esempio. Ègente che ha collaborato con i King Crimson, per fare un nome. Mi piaceva che le testimonianze dei protagonisti di allora fossero popolari ma anche colte, competenti…

Un’ultima domanda. Quella stessa Istituzione che aveva invitato la Polizia a trattare gli spettatori di Zappa come sovversivi, simbolicamente trent’anni dopo si ritrova un pezzo di Zappa suonato da una banda di paese in una scuola popolare. Il rock ha abbattuto questa barriera (bicchiere mezzo piano) o ha talmente perso la sua carica barricadera da essere inoffensivo e quindi “normalizzato” (bicchiere mezzo vuoto)?
I tempi sono cambiati. La Polizia la sera del 14 luglio 1982 non capì la situazione, lì in quel pubblico c’erano famiglie, mamme con la carrozzina. A Palermo non si svolgeva un concerto allo stadio da dieci anni, anche a livello organizzativo c’era una totale impreparazione. C’è da dire che in quel periodo era in atto una violenta guerra di mafia per il controllo della città di Palermo quindi la tensione era tanta, e per diversi motivi. La mia intenzione era solo quella di mostrare i fatti, non di criminalizzare la Polizia.

Vorrei puntualizzare che non ha risposto alla parte centrale della domanda, ma arriva Gail Zappa a lamentarsi dei suoi piedi ormai gonfi e Cuccia si congeda gentilmente e segue la delegazione verso l’hotel (e qualche photocall lungo la strada). La tentazione di chiedere a Gail una conferma sulla leggenda delle storiche dimensioni della “minchia tanta” di Frank è tanta, ma la vergogna e il pudore vincono e non porgo la domanda. Se la vera Gail è quella che si vede nel film, non avrebbe esitato a rispondere accompagnando il tutto con una sonora risata, ne sono certo. Chiusura poco rock’n roll dell’intervista, forse è tempo che anch’io mi aggreghi ad una banda di paese…

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