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Suonala ancora, Ray

Nel programma di altissimo livello proposto quest’anno da Rock in Roma un gruppo leggendario come i Doors rischiava quasi di passare inosservato. Il motivo è evidente: i Doors senza Jim Morrison sono come i Queen senza Freddy Mercury, come sarebbero i Nirvana senza Kurt Cobain, come l’Argentina senza Maradona. La folla accorsa stasera sembra dimostrare il contrario, ma forse anche tra quelle teste di tutte le età serpeggia il dubbio di come sarà questo concerto, con questa formazione, con tutti questi anni a separarci dalla band originale…

Poi le luci si accendono e parte “Roadhouse Blues”. Le prime note del celebre riff spazzano via ogni dubbio. Sul palco non ci sono i Doors ma la cosa a loro più vicina oggi in circolazione, e anche senza il soprannaturale carisma di Jim Morrison le sensazioni sono intense e il pubblico non le tiene dentro. Non tiene dentro le parole di “Break On Through”, non tiene dentro l’ondeggiare beonesco di “Alabama Song”, e sicuramente non tiene dentro qualche lacrima durante “When The Music’s Over”.

Lo spettacolo è talmente coinvolgente che a volte ci dimentichiamo perfino che dietro il microfono c’è quel tale, lì, come si chiama… Dave Brock. Dave Brock che poi è un ottimo cantante, con una voce multicolore e vibrante, che perde il confronto col suo predecessore solo perché lo perderebbe chiunque. Robby Krieger è vestito in modo improbabile e sembra abbia 9 milioni di anni ma si diverte come un esordiente e il boss, Ray Manzarek, prende in mano il pubblico e lo maneggia come le sue tastiere. E per quanto non sia certo il più talentuoso tra i sopravvissuti della sua generazione (ciao, Keith Emerson) quando attacca QUEL giro di “Light My Fire” il fuoco lo accende davvero. Come se non facesse abbastanza caldo. Alla fine l’unica nota negativa della serata è la fine, privata de “La Fine”. Aridatece “The End”!

Foto di Dia Ates.

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