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Supereroi con superpoteri, capitolo III: MEGA ARPE

Al Teatro Dal Verme, per vedere Joanna Newsom, erano presenti un sacco di individui convinti che le rughe di espressione facciano perdere amici su Facebook e alcuni altri che, in tono ironico, dicevano: «come siamo radical chic!» per poi ridacchiare nervosamente.
Fortunamente, c’erano anche molti anziani e piccole persone inferiori ai sei anni che, come è giusto che sia, sarebbero gli ultimi a morire se subissimo un’invasione aliena. Alla fine del concerto, una pupina è salita sul palco per consegnare un suo disegno a Joanna Newsom.

Ma cominciamo da dove è più consueto cominciare. Apre il concerto Alasdair Roberts, rinomato cantautore folk scozzese e compagno della Newsom quanto ad etichetta discografica. Roberts, nel suo breve set, presenta alcuni pezzi dal suo ultimo lavoro (“Too Long In This Condition”, una rivisitazione di brani folk irlandesi e scozzesi). Come già si sospettava, dal vivo è un mostro di bravura e riesce a produrre canzoni anche quando riaccorda la chitarra. Tuttavia, ed è un “tuttavia” grande come un “tuttavia” maiuscolo, è molto poco adatto a intrattenere un pubblico ancora freddo. Non c’è contatto, il set prosegue, il teatro applaude compostamente, Roberts fa qualche battuta timidona con un forte accento scozzese, il teatro sorride compostamente.

Poi sul palco sale Joanna Newsom con la band, attacca “Bridges & Balloons”, sistema il Mi, riattacca “Bridges & Balloons” e iniziano i boati.
Non ci si stanca di ripeterlo, la forza della Newsom – al di là del suo talento lirico, compositivo, e del fatto che la sua voce non sia più sgradevole come un tempo – sta nel suo gruppo. L’orchestra è scarna e ridotta al minimo: due violiniste, un trombonista che si dedica anche allo scacciapensieri. In prima linea Neal Morgan (percussionista, macchina del suono vivente, sempre rivolto verso la Newsom, sempre incredibile, sempre scalzo) e Ryan Francesconi (tuttora sosia di Neri Marcorè, originario di Lucca, arrangiatore di tutti i pezzi, suona chitarre, mandolino, flauto dolce, e ogni strumento bulgaro sul palco).
L’affiatamento è totale, i pezzi vengono riarrangiati e vagamente improvvisati ad ogni show, gli interventi della band al completo sono rari e ben piazzati ai punti in cui brani devono ESPLODERE, l’effetto complessivo è quello di un ensemble gigantesco.

“Baby Birch”, l’unico bis suonato, segue queste premesse: inizia pacato, voce e arpa, e si sviluppa in un crescendo potentissimo, con gli altri musicisti che compaiono, poi scompaiono, poi fanno quello che pare a loro.
La Newsom grande intrattenitrice tutta divertente è quella al pianoforte, con i pezzi più pop e meno (virgolette) strutturalmente complessi (chiuse virgolette) – se così si può dire delle sfilatone di temi e temini in “Soft As Chalk”, “Good Intentions Paving Co.” e “Easy”.
“Monkey And Bear”, giusta chiusura del concerto, ha una coda incalzante, mozzafiato, e con delle percussioni che sottolineano il testo in maniera estremamente puntuale, quasi a dire: «Visto? Stiamo strafacendo, ma lo facciamo benissimo».

Il concerto non è privo di pecche: Joanna Newsom è ammalata (tanto meglio: la sua voce, così bassa, ha sfumature civettuole inaspettate), ogni tanto l’arpa si scorda, e c’è qualche lieve slittamento di tempo tra lei e il gruppo.
Insomma, tecnicamente non è il più bel concerto di Joanna Newsom che si sia visto. Tutto ciò, però, viene compensato dalla perfezione d’insieme. E quando le cose vanno per il meglio, che è un meglio equiparabile a «morire e andare in paradiso» o «i primi 500 minuti di “Quarto Potere”», si piange. Ma quello su “Have One On Me” non è un pianto da occhi lucidi, è un pianto che dopo le maschere del teatro devono andare in giro in ALISCAFO. È ovvio che poi le bambine ti regalano i disegni.

Bridges & Balloons
Have One On Me
Easy
Cosmia
Soft As Chalk
In California
Inflammatory Writ
Autumn
Good Intentions Paving Company
Monkey & Bear
-
Baby Birch

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