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Supersonic 2010, parte 1

Cominciamo col dire che faceva un freddo assurdo; l’idea di spostare il Supersonic da luglio a ottobre inoltrato e lasciarlo nella stessa sede è stata azzardata. La Custard Factory di Birmingham, infatti, si compone di un grande spazio all’aperto, un capannone e varie stanze più piccole; nessuno di essi è particolarmente riscaldato. Fa eccezione lo spazio dedicato al mercato, gremito di bancarelle dove scovare rarità di microetichette locali ma anche rinfrancare lo stomaco con bevande calde e fette di torta. Comunque, una volta armati di giaccone, guanti e berretto, siamo pronti ad affrontare di nuovo questa tre giorni intensiva di doom, noise, metal, electronica.

NECRO DEATHMORT – Il duo londinese, il cui album d’esordio “This Beat Is Necrotronic” è violento come promette, si compone di basso e chitarra lentissimi, pesantissimi, con chiare influenze doom metal instaurati su basi dubstep e techno dai suoni selvaggi. Ogni tanto il chitarrista AJ Cookson si cimenta anche alla voce, senza peraltro arricchire di molto un tappeto sonoro già abbastanza complesso ed emozionante.

DRUMCORPS – Aaron Spectre è un bel vedere, nel senso che somiglia un casino a Marco Cocci, ma a dispetto dei dreadlocks non si dedica al reggae ma ad una più salutare dance elettronica. Anche in questo caso la chitarra elettrica gioca una parte importante, inondando di riffs i mille suoni diversi del gigantesco synth di Spectre. Il risultato è tanto ballabile quanto avanguardistico, e non stupisce che il Nostro abbia appena vinto il prestigioso Prix Ars Electronica.

LICHENS – Abbiamo ballato, ci siamo relativamente riscaldati, ora è tempo di rilassarsi. Anzi no, proprio no. Difatti il drone eterno di Lichens (ex collaboratore di Om e TV On The Radio), una nota sola portata avanti per un tempo ignoto, è psichedelico finché si vuole ma abbassa un po’ gli spiriti. Le visuals coloratissime e “acide”, così come le lievi sfumature timbriche, non bastano. Forse voleva emulare Stockhausen? Beh, è più difficile di quanto creda.

DIBATTITO: FEAR OF MUSIC – “Fear Of Music” è un agile libretto edito in UK dalla Zero Books, ma purtroppo inedito in Italia. L’autore, il giornalista David Stubbs, si chiede perché la musica d’avanguardia dell’ultimo secolo non abbia avuto lo stesso successo dell’arte visiva d’avanguardia. Il dibattito rimbalza fra Stubbs, il giornalista di “Wire” Tony Herrington e Brian Duffy della Modified Toy Orchestra. Nessuna conclusione univoca, ma il libro rimane una lettura consigliatissima, cercatelo on line.

MELT BANANA - Dal loro esordio nel 1994 questi giapponesi anarcoidi hanno mescolato hardcore punk, speed (nel senso di speed metal ma forse anche di sostanza psicotropa) e free jazz. Questa sera lasciano da parte le (dis)armonie jazz per concentrarsi sulla velocità e sul rumore puro. Un cambiamento molto gradito, il problema è che suonare appena dopo i Godflesh significa partire già in svantaggio. La folla gradisce ugualmente.

BLACK SUN DRUM CORPS – Fondato da Russell McEwan dei Black Sun, metallari di Glasgow, questo collettivo di percussionisti si ispira agli antichi ritmi guerreschi e tribali delle Highlands. Con titoli come “I Am Blood” e “Total War”, una dozzina di ragazzi truccati da teschi picchia durissimo su bidoni di plastica, bombole del gas, lastre di ferro, portando un’ipnotica ritualità nella società capitalista industriale. Monotono ma aggressivo e mistico, un’esperienza totalmente unica e “dystopian” come si dice qui.

KHYAM ALLAMI + MASTER MUSICIANS OF BUKKAKE – L’anno scorso abbiamo ammirato entrambi, il suonatore di ‘oud (liuto arabo) e la mega band di folk psichedelico. Sulla carta, l’unione fra queste due sonorità diversissime poteva fare faville. Ma un problema tecnico, questo pomeriggio, spegne l’ardore: mentre tutti gli altri numeri cominciano perfettamente in orario, Allami and friends sono ancora immersi in un estenuante soundcheck ben oltre l’ora stabilita. Un caso raro per il Supersonic, che solitamente vanta un’organizzazione tetragona; purtroppo il ritardo verrà colmato solo a tarda sera.

HALLOGALLO 2010 - Michael Rother dei NEU! si prende una pausa dal krautrock che ha contribuito ad inventare; chiama a sé Steve Shelly, batterista dei Sonic Youth, e Aaron Mullan, bassista dei Tall Firs. Ne risulta una trance-dance intensa e coinvolgente, un suono compatto e gioioso senza essere stucchevole, armonico senza essere “facile”. Una formula più ardua di quanto appaia a prima vista, eppure riuscitissima. C’è da sperare che Rother non limiti questa line-up a quest’anno, come il nome pare suggerire!

SWANS - Gli headliner più attesi. Pubblico di ogni età, compreso un gruppetto di ragazzini che tenta di pogare ma si accorge presto che non è il caso. Gli Swans tornano dopo uno iato di troppi anni e la tensione è palpabile, potrebbe essere un trionfo come una delusione. Michael Gira appare sul palco con una faccia di granito e uno sguardo minaccioso che fa sinceramente paura. I fotografi, cosa mai vista, abbassano le armi ad un semplice cenno di diniego dell’artista. Gira deve “scaldarsi”, ovvero avvicinare il braccio alla chitarra gradualmente, muovendosi ritmicamente come attraverso gli stadi di una trance, accompagnato dall’ossessivo suono percussivo di un vibrafono verticale. Parte un pezzo strumentale in cui ogni strumentista suona la stessa nota sempre più forte, sempre più veloce, fino al parossismo. Gira urla, coperto dalle chitarre. Musica dalla virilità naturale, troppo potente per aver bisogno di essere forzatamente esibita.
Altrettanto gradualmente Gira si avvicina al microfono, uno stillicidio mistico di emozione. Finalmente la voce si manifesta, limpida e diretta, non più ruggente come trent’anni fa ma risonante di esaltazione. La scaletta comprende molti pezzi del nuovo album “My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky”, brutae quanto poetico. Gli Swans forse non sono più “the loudest band in the world” ma quando aggrediscono, lo sanno ancora fare in modo terrificante. Il suono calibra perfettamente vibrafono e due ottoni che stendono uno strato epico e rituale sulle tessiture di chitarre, basso e due batterie. Le vecchie, gloriose “Sex, God, Sex” e “Beautiful Child”, riarrangiate con nuovi ritmi, contribuiscono ad un concerto indimenticabile. Alla fine del bis acclamato a gran voce dal pubblico estasiato, Michael Gira saluta calorosamente; prima di sparire dietro il palco, fa persino affiorare un sorriso.

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