Home > Report Live > Supersonic 2010, parte 2

Supersonic 2010, parte 2

Volete due consigli? Se amate i rumori molto molto molto forti, il miglior festival al mondo per rapporto qualità/prezzo, ma anche solo per qualità, è il Supersonic di Birmingham. Questo probabilmente lo sapevate. Il secondo consiglio è, una volta giunti a Birmingham, di lasciare perdere qualsiasi vago proposito di turismo. In un groviglio di strade messe a casaccio e punteggiate da tutti i franchise che vi possano venire in mente, l’unico vero landmark che vale la pena di ammirare è l’enorme statua pagana che accoglie gli avventori del festival nel quartierino che circonda la Custard Factory, immergendoli da subito in un’atmosfera più che appropriata per l’occasione.
Detto questo, ecco la seconda parte della cronaca.

FUKPIG: emergente band casalinga che include membri di Mistress e Anaal Nathrakh e fa accorrere una marea di gente semplicemente sulla base del nome. Storia vera. Un’intervistatrice della Capsule girava per il festival a chiedere quali band la gente sarebbe andata a vedere e praticamente tutti rispondevano “Fukpig, solo per il nome”. Per fortuna la loro marca di grindcore non era malaccio, tiratissima e coinvolgente il giusto, anche se le maschere hanno scatenato tra i presenti più di una battuta sarcastica a tema Slipknot. È comunque rinfrescante, in un programma che non lesinava droni di un quarto d’ora, sentire una band annunciare gli ultimi due pezzi e lasciare il palco meno di due minuti dopo.

NAPALM DEATH: una delle tante leggende di casa. La presenza scenica è improntata alla più rilassata onestà senza fronzoli, e l’impatto sarebbe sicuramente ancora potente se non fosse sabotato per oltre metà show da volumi ridicolmente bassi. La scaletta infila bene o male tutti i classici da “Scum” in poi, con spazio per un paio di esempi dall’ultimo album “Time Waits For No Slave”. Unico vero difetto: con brani mediamente lunghi un minuto e mezzo, cinque minuti di chiacchere e spiegazioni tra un pezzo e l’altro sono un po’ eccessivi.

GNAW: da New York, un collettivo di esperti rumoristi riunitosi con lo scopo di esplorare aldilà dei soliti riffoni doom creando atmosfere oppressive e imprevedibili, condite da echi elettronici e rese peculiari dal cantato shriek di Alan Dubin dei Khanate. Graffianti e ipnotizzanti.

OvO
: il duo formato da Bruno Dorella e Stefania Pedretti rappresenta l’avanguardia di casa nostra come meglio non si porebbe fare con una delle performance più convincenti del festival. Una vera e propria lezione di pesantezza fra il muscolosissimo e implacabile martellare di Bruno e l’inimitabile voce stregata di Stefania.

GODFLESH
: l’altra divinità locale. Justin Broadrick, che ha militato anche nei Napalm Death, riforma con il fido G.C. Green il suo progetto più noto per un’unica imperdibile data inglese. La formazione rimane quella classica basso/chitarra/drum machine, e Justin non fa il divo: entra sul palco, si monta e testa gli armamentari da solo, e al via scatena un muro di suono che scalda le fredde mura della Custard Factory e le inonda di leggenda. Sentirlo pestare e andare di nuovo dritto al sodo dopo gli sperimentalismi più soft di Jesu e Final fa venire la pelle d’oca.

JAMES BLACKSHAW
: il buon James fa parte della sterminata famiglia Current 93, e la sua proposta è senza dubbio la più morbida e tradizionale tra quelle proposte al Supersonic. Armato di acustica a 12 corde, e di fronte a un pubblico che decide di rimanere seduto, il nostro spende un sei/sette minuti buoni ad accordare la chitarra fino a quando il brano seguente non è suonabile interamente solo con la mano destra o quasi, e procede con la stessa trafila prima di ogni singolo pezzo. Al punto che ti chiedi (e James stesso ci scherza su) se i pezzi veri non siano la fase di accordatura, e il resto solo accessibili intervalli tra un tirare le corde e l’altro. La tecnica è comunque notevole e il sottofondo grazioso, il che fornisce una gradita pausa relax tra un muro di distorsioni e l’altro.

ZENI GEVA
: dal Giappone con tantissimo furore, e per il sottoscritto la rivelazione del festival anche se il trio guidato da KK Null è in giro fin dal lontano 1987. Il sound unisce noise, hardcore punk, math rock e psichedelia spesso nel giro di pochissimi schizofrenici accordi, e le urla in giapponese aggiungono una dose extra di rabbia marziale che la lingua inglese ha ormai perso da tempo. Tecnicamente si può parlare di prog, ma con effetti sonici che non potrebbero essere più lontani da quanto questo termine solitamente suggerisce. Travolgenti.

Scroll To Top