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  • Surf City: Jekyll Island, la recensione

    Fire Records / none

    Data di uscita: 23-03-2015

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La musica contenuta all’interno delle undici tracce del nuovo album dei Surf City, “Jekyll Island”, è sicuramente sovrabbondante di suoni. La band neozelandese ripercorre, attraverso un avvolgimento sonoro, una strada che sembra condurre ad una riproposta di uno stile con suoni, ritmi e intenzioni della musica di fine anni 60.
Alcune scelte degli arrangiamenti, infatti, richiamano uno spirito “flower power”, ci si può facilmente immaginare una giornata sulla costa delle Golden Isles della Georgia oppure della California a bordo del famoso furgoncino T2 della Wolkswagen (diventato un vero e proprio stereotipo hippie).

Un disco ricco di effetti che generano principalmente un impasto musicale con introduzioni psichedeliche, riverberi, delay, distorsioni fuzz, arpeggi, trilli e ritmi costanti . Le melodie strumentali si impongono lievemente e restano quasi risucchiate dal tappeto sonoro avvolgente che le sottomette. Anche la voce si insinua in un amalgama sonora che la rende abbastanza fluida , ma allo stesso tempo, opacizzata e galleggiante. Nell’insieme un missaggio di suoni poco nitido.

La musica dei Surf City somiglia ad un didgeridoo (strumento a fiato tipico della tradizione aborigena), un continuo flusso di suoni che avvolgono, ma che si perdono e lasciano poco impresso nella mente dell’ascoltatore. Idee musicali fondamentalmente prese in eredità dagli anni 60 che vengono rivestite con effetti ben curati. Un sound solare, con qualche linea d’ombra.

Pro

Contro

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