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Surgery: Went under Surgery?

Il recente “Non Un Passo Indietro” ha rimesso luce sui Surgery, una delle più importanti band electro-industrial del panorama italiano, per l’occasione ci risponde il vocalist-fondatore Daniere Coccia, che si è concesso in risposte esaustive anche se in alcune occasioni con un taglio leggermente piccato nei confronti della stampa in genere. Vi lasciamo alle sue parole sperando che possiate interessarvi a questo ormai storico gruppo italiano.

Per cominciare vorrei chiedervi come vi siete sentiti ad avere la prima visibilità radiofonica con la cover “Lamette” della Rettore piuttosto che con la vostra musica originale: l’avete vista come un’opportunità o come l’ennesima dimostrazione del provincialismo del pubblico musicale italiano?
Non credo sia andata proprio così, il primo e più diffuso singolo è tutt’ora “Stupida Estate”, un brano anche più morbido di “Lamette”.
Il provincialismo soprattutto degli addetti ai lavori lo noto proprio oggi con l’uscita del nuovo album, si continua a parlare con malizia del featuring con Donatella Rettore, ma si tralascia ad esempio la nuova collaborazione con i Combichrist, uno dei nomi di spicco dell’elettronica mondiale.
(è necessario specificare che il sottoscritto non ha nulla contro la Rettore; è che la domanda era semplicemente basata su esperienza diretta e non aveva alcun taglio polemico, NDR)

Vi siete affidati per anni all’autoproduzione, in costante antagonismo con le logiche del business musicale, come state vivendo la mercificazione della scena indipendente?
Davvero sta avvenendo questo? Una mercificazione della scena indipendente? Non me ne sono accorto e non è stato il nostro caso. Per anni non abbiamo avuto un etichetta e auto-producevamo i nostri dischi e questi non erano distribuiti e promossi, quindi nessuno li conosce. Siamo molto orgogliosi di quel periodo, anche se adesso siamo più soddisfatti di avere una struttura come Altipiani che ci segue, investe e crede in noi.

Arrivando al vostro nuovo disco “Non Un Passo Indietro” ho notato, nonostante la sua lunga durata, una compattezza notevole del prodotto. Per voi il formato disco è soltanto un contenitore di canzoni o cercate l’omogeneità stilistica e sonora? È casuale che tutte le canzoni siano un cinico ritratto del nostro Paese?
Naturalmente in album cerchiamo omogeneità anche se ogni brano è una storia a sé. Non tutte le canzoni sono un attacco al Paese, ma la maggior parte. Non si può tacere quello che sta succedendo, credo sia un nostro dovere parlarne.

Quando si fonda un gruppo qui in Italia arriva sempre l’annosa decisione fra il cantare nella propria lingua o in inglese, com’è nata la decisione di cantare nella nostra lingua natale e non pensate che questo possa in qualche modo limitarvi?
Per me è molto limitante scrivere in inglese e pensare che sia intelligente. Vivo in Italia, ragiono in Italiano e canto nell’unica lingua che conosco bene. Perdere naturalezza e cambiare strada per una lingua per il quale sarei un principiante sarebbe stupido.

“Produci Consuma Crepa” è una canzone fantastica, il paragone con i CCCP mi è balzato subito alla mente, quanto c’è di vero in questa mia associazione e siete fan del gruppo emiliano?

I CCCP sono una band che amiamo infinitamente, non c’è mai stata una altra band come loro, testi, musica e atteggiamenti irripetibili. Non possiamo far altro che essere grati ai CCCP. Tributiamo a Lindo ciò che di Lindo e non abbiamo niente da obiettare sui suoi recenti punti di vista.

I vostri testi sono sempre stati un trademark evidente: taglienti, diretti, sardonici. In questo disco in particolare sembrano la spina portante su cui ruota la vostra musica, quanto conta per voi questo aspetto?
Per noi la musica e i testi vanno insieme, senza che nessuno dei due aspetti prevarichi. Io mi sono sempre occupato dei testi a composizione terminata, quindi i testi vengono dopo e sono strettamente dipendenti dall’arrangiamento e non il contrario. Il fatto che l’atteggiamento sia diretto, tagliente e sardonico dipende molto dal mio carattere.

I vostri concerti sono un’esperienza unica, ricordano un po’ teatro farsesco, mostrando un desiderio artistico a 360 gradi. Quali sono le vostre influenze extramusicali?
Le nostre influenze extramusicali sono i telegiornali del bel paese, il festival di San Remo, la chiesa e la politica. La repubblica delle banane è un’ interminabile fonte d’ispirazione, non è uno scherzo.

Com’è crescere musicalmente in un contesto come quello romano? Potete parlarci della difficoltà delle vostre prime esperienze, dei terribili contest musicali, i locali inadeguati eccetera?
Abbiamo partecipato soltanto un contest musicale tanti anni fa, era una buona possibilità per suonare in locali ben attrezzati, abbiamo fatto guadagnare gli organizzatori e i locali sulle spalle del nostro pubblico. Abbiamo vinto il primo premio, che doveva essere un tour che non abbiamo mai fatto. Per il resto crediamo che suonare in locali inadeguati, sia necessario per tutte le band. Arrangiarsi e rendere godibile un concerto in qualsiasi situazione è indispensabile per ogni gruppo credibile. Crediamo nella gavetta e ringraziamo tutti i piccoli club che ci hanno dato la possibilità di suonare all’inizio.
Roma è una grande città, ci sono ottime e pessime band, ottimi e pessimi locali.

Vi ringrazio per la vostra pazienza, a presto.

Il consiglio che giriamo a tutti i lettori è di vedere la band dal vivo, sede in cui esprime al meglio la propria potenza musicale, fatta di violenza accattivante e di idiosincrasia lirica. Accompagnando alla musica l’aspetto visuale, riescono a creare un unicum ad altissimo livello di coinvolgimento.

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