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Swans e Anna von Hausswolff in concerto a Roma, report live e scaletta

Non si esce mai integri da un concerto degli Swans. È una certezza per chi li conosce bene e una rivelazione per chiunque si ritrovi tra il pubblico la sua prima volta. Il live di ieri sera all’Orion di Roma non ha deluso le aspettative, ovviamente.


Ad accompagnare il tour europeo di Gira e colleghi è Anna von Hausswolff, talentuosa organista e cantante svedese. In comune con gli Swans, la Hausswolff ha quel prodigioso e raro campo magnetico in grado di attirare gli sguardi e le attenzioni del pubblico portandolo in una trance d’ascolto ineguagliabile. China sul sintetizzatore, i capelli biondi a ricoprirle il volto, la Hausswolff ha evocato sonorità scure come delle nuvole cariche di pioggia, squarciate dagli acuti come fossero dei lampi. Una forza della natura, bella e temibile, pura e tenebrosa. Non una semplice apertura, ma un’introduzione teatrale all’atto principale, parte dello stesso spettacolo e con eguale carico di emotività. L’enigma di come da un corpo così apparentemente docile e minuto possa sprigionarsi una simile carica ed energia, come un ruscello che improvvisamente si fa cascata, è ancora irrisolto. Qualcosa di mistico deve succedere sul palco tutte le volte che Anna von Hausswolff impugna il microfono e mette mano sulla tastiera del sintetizzatore/organo.

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Ad accogliere gli Swans sul palco è un caloroso applauso del pubblico, non numerosissimo va detto, però attento e devoto. “The Knot” è il primo brano in scaletta e a seguire “Screenshot” dal penultimo “To Be Kind”. I volumi altissimi, tanto da richiedere l’utilizzo dei tappi per le orecchie forniti dal service all’entrata, coinvolgono il corpo con il loro carico di vibrazioni distorte. Un vero muro sonoro massiccio e ipnotico, con le ripetizioni pestate e ciondolanti caratteristiche della band. Dopo “Cloud of Forgetting” e “Cloud of Unknowing”, l’inedito “The Man Who Refused To Be Unhappy” ad anticipare ciò che sarà degli Swans dopo gli Swans. Ed è un sussulto dopo l’altro. Gira e colleghi sul palco sanno dominare e guidare il pubblico come il pastore di una chiesa pagana attraverso la sua cantilena spirituale. Ed è proprio questo l’elemento atipico che rende i concerti degli Swans incomparabili: la sensazione di aver preso parte ad un’esperienza che trascende quella del concerto. La lunghezza dei brani, i volumi, la voce di Michael Gira, quel senso di confusione dato dalle cadenze ripetitive dei brani, contribuiscono ad estraniare lo spettatore, a svuotarlo da ciò che era prima che iniziasse lo show, riempendolo di qualcosa di nuovo. Ognuno diviene un frammento di un tutto coeso dalla musica.
A chiudere “The Glowing Man”, tratto dall’omonimo ultimo album. Sei brani prima dell’inchino al pubblico. Sei canzoni eseguite con la maestria dei giganti che confermano gli Swans ancora una volta tra le migliori band dal vivo. Non ci sono dubbi al riguardo.
Quello che rimane sono solo le certezze che una simile tempesta non è riuscita a spazzare via, il resto è scomparso.
Rimane anche un fischio sottile e persistente alle orecchie come un ricordo, o un marchio, del passaggio dei cigni. D’altronde non si esce mai integri da un concerto degli Swans.

La scaletta del concerto degli Swans a Roma

 

THE KNOT

SCREEN SHOT

CLOUD OF FORGETTING

CLOUD OF UNKNOWING

THE MAN WHO REFUSED TO BE UNHAPPY

THE GLOWING MAN

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