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Sweet Life Society: vi raccontiamo di Swing Circus

“Swing Circus” è il loro primo album ed è uscito il 15 luglio. Loro sono Matteo e Gabriele, ovvero gli Sweet Life Society, hanno i baffi e in Italia sono ormai riconosciuti come i pionieri dell’electroswing. Loudvision li ha incontrati per voi a Milano, negli studi Warner. Di seguito vi spiegheranno cosa ne pensano della musica, della dolce vita e delle groupies di Skrillex.

Matteo, Gabriele. Professione: pionieri, a quanto ho capito?

(Gabriele si guarda intorno spaesato ndr)

Matteo: (ride, ndr) Ma sì dai, i pionieri dell’electroswing!

Com’è nato Sweet Life Society? Cos’è l’electroswing?

Gabriele: E’ nato abbastanza per caso, noi ci siamo conosciuti a Torino dove abbiamo fondato uno studio che si chiama Flux Lab in cui facevamo cose anche diverse; io in realtà sono fotografo e lui grafico, anche se poi abbiamo sempre suonato. L’electroswing è arrivato, anzi ci è arrivato addosso, nel 2007, quando è uscito il primo album della band electroswing per antonomasia, i Caravan Palace. All’inizio ci abbiamo provato quasi per gioco, per sperimentare. Lì poi sono nate le prime produzioni, per divertirsi principalmente, le caricavamo su soundcloud.

Matteo: Per gioco e per curiosità, ad esempio andare a prendere uno spezzone di un telegiornale anni ’70, un campione musicale da un pezzo di Armstrong e un ritmo drum’n’bass e metterli assieme. Abbiamo visto che il risultato ci piaceva parecchio e abbiamo continuato a sperimentare, cercando di mischiare tanti mondi e culture musicali differenti. Prendiamo dal presente e dal passato, ma alla fine sono sempre espressioni di umanità: codificate in base al genere e ai mezzi del periodo storico in cui sono state create. È un bel gioco, ne vediamo tanti oggi su youtube, si può prendere un annunciatore e una base, poi con un vocoder fargli cantare quello che sta dicendo.

R.I.P. GERMANO MOSCONI

Matteo: (ride) In questi giorni sta girando moltissimo quello di Renzi col suo inglese maccheronico su una base rockabilly, e cavoli è una canzone. E’ perfetto.

L’album è pieno di riferimenti cinematografici. Ve ne faccio uno, io. Mi è venuta in mente, ascoltando Swing Circus, la chameleon dance di Leonard Zelig ( da Zelig, W. Allen, 1983), un charleston come se ne sentono nel vostro disco. Il protagonista continua camaleonticamente a trasformarsi in chiunque incontri. Così il vostro disco, nonostante l’anima swing, diventa cose nuove e diverse a seconda delle collaborazioni.

Gabriele: (ride) Si, certo conosco il film. Guarda, un po’ perché il disco è il risultato di tanti anni di lavoro e di un percorso, e un po’ perché comunque abbiamo un background musicale molto vasto. Proprio per scelta compositiva non ci siamo mai adattati a un genere. Nel disco c’è “Mine”, un pezzo jungle, e normalmente i produttori di jungle fanno jungle, quelli di d’n’b fanno d’n’b. Noi amiamo la breakbeat in senso lato, partendo dall’hip hop fino al jungle la dubstep e così via.

A proposito di d’n’b ho visto sulla vostra bacheca facebook un selfie, come direbbe il nostro primo ministro.

Matteo: (ride) Sì,con Skrillex!

Ho l’imperdibile occasione di farvi una domanda: è davvero così brutto, dal vivo?

Gabriele: (ride) Si ma anche proprio laido, sporco. Anche le sue groupies, bruttissime. Scherzo, in realtà poi a noi piace. Ci sarebbe piaciuto anche farci due chiacchere ma lui era in attitudine groupies.

Matteo: Abbiamo dovuto rinunciare.

Sweet Life Society: a noi italiani non può non venire in mente La Dolce Vita di Fellini. Lì però erano le star internazionali a venire a farsi paparazzare su Via Veneto, ora siamo noi ad andare all’estero. Io sono dovuto andare a Londra per friggere dei polli, voi siete sempre in viaggio, soprattutto in Inghilterra. E’ possibile che il nostro talento sia riconosciuto prima all’estero? Perché secondo voi?

Matteo: (ride) Bel parallelismo!

Gabriele: Beh al tempo della “Dolce Vita”, l’Italia aveva un peso specifico diverso a livello culturale, economico, sociale. Ora anche nel calcio per dire, si capisce, siamo in difficoltà. Noi invece ci vogliamo fare pionieri (ride,ndr), di un ritorno a quel tipo di eccellenza. Anche cercando di essere popolari, ma puntando i riflettori sul nostro passato e sul prezioso bagaglio culturale del nostro paese a livello di cinema, musica, fotografia.

Matteo: Cerchiamo di lavorare molto sui contenuti. Diamo valore a quello che facciamo. Anche se magari non lavoriamo sulla parola come un cantautore, lo facciamo sulla musica perché la musica è il nostro strumento. Noi abbiamo la fortuna di suonare tantissimo, infatti (ride) il nostro hashtag su twitter è #alwaysontour perché davvero non ci fermiamo mai, a volte per settimane. La dimensione live dà un valore enorme al nostro lavoro, anche a livello umano, di ricerca di autenticità e di bellezza. La musica la senti, non si può mentire su quello, è una questione di vibrazioni, di connessione immediata con le persone.

Raccontatemi il vostro concerto più bello.

Matteo: Ah, il più bello impossibile dirlo…

Gabriele: Difficile…

Quello che ricordate con più piacere?

Matteo: Beh in Canada abbiamo fatto un concerto in una comunità bellissima, un posto che ci ha veramente cambiati, in un isola che si chiama Denman Island. Sono degli hippies che non rifiutano la tecnologia attuale…

Gabriele: (ride) Fricchettoni 2.0

Matteo: Sì, sono persone assolutamente coscienti di questo momento storico e dei mezzi che ci mette a disposizione, i social network per esempio. Però strutturati in una comunità il cui scopo è quello di vivere bene, secondo dei principi di umanità e solidarietà. I social network si utilizzano per avere benefici anche molto pratici: se io coltivo più zucchine di quante posso consumarne, posto l’avanzo di zucchine online, le metto a disposizione della comunità.

Condividono nel vero senso della parola…

Matteo: Ci hanno molto colpito. Pensa che è la comunità stessa che finanzia, togliendosi i soldi dalle tasche, concerti come il nostro. Perché credono fortemente che la musica porti un valore profondo alla vita, che porti un beneficio alle persone. E’ un elemento integrante della vita delle persone; noi per esempio abbiamo suonato alle sei di sera, per aspettare che finissero di lavorare. Non un concerto plateale, come quelli che facciamo nei festival in Inghilterra davanti a tante migliaia di persone, ma molto gratificante perché ci ricorda cosa vuol dire fare musica, cos’è per noi la sweet life, un percorso di umanità in un mondo che invece è fatto di cose trendy e di likes.

 

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