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  • Symphony X: Paradise Lost

    Symphony X

    Data di uscita: 01-01-2007

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Dopo tesi e antitesi, la Sintesi

“Paradise Lost” è l’album del passato e del futuro: la sintesi di ciò che sono stati i Symphony X nei primi due lustri di carriera e, nello stesso tempo, il manifesto di un sound moderno che guarda in avanti. A posteriori possiamo dire che già “The Odyssey”, album nel quale la componente power-thrash iniziava a prendere il sopravvento sulla componente sinfonica del sound della band, aveva indicato il risultato che sarebbe stata raggiunto con “Paradise Lost”: un accantonamento del lato progressivo a favore di un atteggiamento più ossequioso verso quell’US Power che, nell’altro continente, viaggia ormai a filo con il thrash.
Si inasprisce il riffing, che diventa qui molto più aggressivo e spigoloso, anche più invadente, cercando quasi di bandire i compromessi melodici. E ciò appare con chiarezza in “Domination” e “The Serpent’s Kiss” (sulla falsariga della “Wicked” che fu), non casualmente collocate all’inizio dell’album.
Parimenti, Russel Allen – che pure sembra maturato in questi cinque anni, probabilmente anche attraverso l’esperienza derivatagli dalla collaborazione con Jorn Lande –, si rivela autore di una prestazione da un lato ancor più convincente nei momenti più tirati di quanto non fosse su “The Odyssey”, ma anche capace concedersi a melodie di assoluto valore (lo testimonia inequivocabilmente la title-track).
Non mancano momenti dove, come in una foto sbiadita, vengono degnamente ricordati i trascorsi power-neoclassici (“Seven”); né momenti dove viene ribadita l’indiscutibile dote dalla band di creare inni da palco. In questi termini, il brano di apertura altro non è che la nuova riedizione, ulteriormente rivista e corretta (dopo “Inferno (Unleash The Fire)”), di quell’ “Evolution”, da “V – The New Mythology Suite”, che tanta fortuna ha portato ai Nostri.
[PAGEBREAK] È un disco, insomma, con il quale la band riprende il discorso laddove lo aveva interrotto, sapendo però correggere ciò che ancora era rimasto da perfezionare (resa sonora innanzitutto, troppo compressa e troppo artificiale sul disco del 2002 – molto più efficace e godibile, in quest’occasione). Romeo e soci, pur non intendendo tradire le aspettative di quanti hanno da sempre associato il nome del combo statunitense ad un certo tipo di composizioni sinfoniche (intento che si traduce nella suite finale, “Revelation”) hanno rimescolato gli ingredienti, in termini di atmosfere e sentimenti innanzitutto, da sempre associati al brand Symphony X. In questo impasto hanno assunto ruolo di protagoniste le ambientazioni più sinistre e cupe, a cui si è accompagnato un riffing degno dell’occasione. Tanto che potrebbe quasi sembrare del tutto accantonata la componente sinfonica. Ma archi, archetti e fiati vengono solo usati con più parsimonia, e forse potrebbe essere anche un bene, dopo tanti anni di carriera.
Il tutto dà vita a un album che, pur con la sua asprezza, a tratti acida, riconsegna al pubblico una band che si è trasformata, pur senza scossoni da scala Richter, ma con una scelta che è apparsa nell’ordine naturale delle cose, necessario traghettamento verso il proprio futuro.

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