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  • Symphony X: The Odyssey

    Symphony X

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Impatto fisico

Un disco che cerca di portare prudentemente avanti il discorso artistico della band, apportando quelle novità che, senza stravolgerne il trademark tradizionale, riescono comunque a far evitare ai Symphony X una pericolosa stasi stilistica. Esse consistono in una tendenza all’adozione di soluzioni più compatte e rocciose rispetto al passato, tanto che in alcuni frangenti si fa riferimento da non troppo lontano al thrash, mentre in altri a soluzioni ricche di groove, si aggiungono poi interpretazioni vocali più spesso aggressive e minacciose, il tutto a creare un sound più heavy che in passato. Le canzoni più indicate per illustrare questo “nuovo corso” dei Symphony X sono l’opener “Inferno (Unleash The Fire)”, la successiva “Wicked” e in maniera forse ancora più marcata “Incantations of The Apprentice” e “King Of Terrors”. Canzoni che potrebbero forse destare qualche perplessità in chi aveva particolarmente apprezzato l’appeal sinfonico del precedente “V”, perché si va’ a perdere quella componente progressiva che aveva accompagnato la band fin dagli inizi in favore di un maggior impatto sonoro, più “metal” nel senso puro e primitivo del termine.
Una delle sorprese più gradite del disco è “The Accolade II”, sequel del fortunato brano presente su “The Divine Wings of Tragedy”, che probabilmente non riesce a superare il livello qualitativo del pezzo del 1997 pur rivelandosi come uno dei migliori episodi del disco.
Il vero highlight del disco deve essere comunque riconosciuto in quella “The Odyssey” (basata sulla “Odissea” omerica), che durante i suoi 24 minuti dà una dimostrazione più che tangibile di ciò che la band è in grado di scrivere, fare e creare. In questa suite sarà possibile ritrovare praticamente di tutto: dall’Overture e diversi interludi sinfonici, al retrogusto blues di alcune linee vocali, da parti acustiche emozionanti a suggestioni e melodie ora vicine ai Queen, ora ai Rainbow. Ancora: da parti elettriche heavy e piuttosto oscure, verosimilmente raffiguranti le estenuanti prove che Ulisse affrontò nel suo ritorno a Itaca, a parti più distese e solari evidentemente coincidenti con la lieta conclusione del poema originale. 24 minuti di epos raccontato all’americana non facili da descrivere, e per alcuni da digerire.
Di nuovo si affaccia il difetto già riscontrato in “V”, ovvero l’aderenza a canoni stilistici che vanno sempre più stretti di album in album. Anche qui come già per i dischi precedenti, però, la questione non apparve ancora così determinante – almeno a giudicare dai risultati commerciali (e di parte della critica) ottenuti.

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