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La “Suite” sinfonica

Un disco che iniziava il suo cammino laddove “The Divine Wings Of Tragedy” si era fermato, una componente sinfonica che acquistava un ruolo molto più centrale che in passato – a tratti preponderante, un sound che andava sempre più liberandosi dello spettro malmsteeniano (che diventava ora un’influenza ancora importante, certo, ma non più determinante come era stata in passato), il disco con la miglior resa sonora che i Symphony X avessero mai avuto. Questo era “V- The New Mythology Suite”, un platter che, al di là di considerazioni prospettico-critiche, avrebbe potuto essere riconosciuto come la miglior performance in studio fino a quel momento pubblicata dal combo statunitense.
Si trattava di un concept album, il primo nella carriera dei Nostri, ispirato al mito di Atlantide e intrecciato con l’antico Egitto, che, almeno nelle intenzioni della band, rappresentava un’unica composizione, divisa in seguito in tracce e parti dal titolo differente soltanto per facilitarne l’ascolto.
Apriva il disco una variazione sul tema del Requiem di Giuseppe Verdi, che prendeva il titolo di “Prelude”, immediatamente dopo arrivava “Evolution (The Grand Design)”, un brano assolutamente potente ma con classe, dotato di un break centrale dalla mal celata paternità bluesy. Seguiva “Fallen”, una canzone dalla atmosfere più cupe e sinistre, sviluppata su tempi meno sostenuti rispetto alla canzone. “Trascendence” era un interludio orchestrale ad introdurre “Communion And The Oracle”, la ballad del disco, la quale si assestava su livelli qualitativi ammirevoli (non a caso ancora presente nei live-set della band), distaccandosi inoltre in modo piuttosto sensibile da episodi analoghi precedenti. Proprio queste prime cinque tracce costituivano una buona summa del discorso che “V” si proponeva di fare, oscillando tra metal potente, grandi melodie e orchestrazioni mai così fondamentali, che creavano atmosfere da Colossal hollywoodiano, suggestive (cfr. anche “On The Breath of Poseidon”) a rischio di essere stucchevoli.
C’era però una canzone, “Egypt”, che riusciva a condensare tutte queste parole nei sui sette minuti, che si rivelavano non solo come alcuni dei momenti migliori del disco ma anche dell’intero repertorio della band, arrivando inoltre a proporre una venatura orientaleggiante non così ovvia per quella che era ed è l’impronta classica della band. Da citare anche la conclusiva “Rediscovery”, divisa in due parti. Quest’ultima canzone era proprio ciò che era (rimasto) diventato di “Twilight In Olympus”, la suite mai pubblicata che avrebbe dovuto far parte del disco omonimo del 1998.
Un disco che non presentava particolari difetti né cali di tensione artistica; l’unico suo limite era probabilmente l’aderenza al solito linguaggio artistico, il quale, si sarebbe potuto dire, aveva cambiato la forma per modificare ancor meno il contenuto. All’epoca, però, il problema risultava grave soltanto se proiettato in futuro.

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