Home > Recensioni > System Of A Down: Hypnotize

Non rischia e non tradisce

In questo caso la domanda, l’unica che ha un senso porsi, è se “Hypnotize” abbia o meno una sua ragion d’essere, se fosse necessario pubblicare due album a distanza di così pochi mesi. La risposta è no. Ma è sbagliata.
“Hypnotize” aggiunge ben poco al fenomeno SOAD, sottrae anzi una buona dose di buon gusto, con la sua copertina in grado di duellare soltanto con l’abominio del disco fratello in quanto a bruttezza; attenua poi ancora l’alone di magica attesa per le nuove parole di quello che ora è divenuto un vero e proprio carrozzone, ma che per anni ha lasciato tutti col fiato sospeso in attesa di ogni suo nuovo movimento. Ormai non ci si aspetta più nulla di miliare dagli armeni e la reazione a “Hypnotize” ne è chiara dimostrazione: nulla che vada oltre qualche piccolo esperimento sopra le righe, nulla che trascenda un songwriting convincente e compatto, seppur sempre meno lontano dal nocciolo della questione. Quella più dibattuta, quella che ha portato i System Of A Down agli occhi e alle orecchie di tutti e che ormai i nostri non possono più abbandonare con scossoni troppo violenti, ma soltanto coltivare con la certosina raffinatezza di chi riesce a non tradirsi e distillare la propria arte a una massa dalle dimensioni notevolmente più elevate di quelle che essa stessa avrebbe mai pensato di poter sopportare.
È proprio per questo cambiamento di ottica che il rifiuto per un disco apparentemente superfluo improvvisamente distende i muscoli e si trasforma in un sorriso per quaranta minuti che di nuovo non deludono, registrando un progresso sensibile, seppur limitato dalle inevitabili considerazioni sul ruolo acquisito da Malakian e la sua compagnia di bizzarri figuri. Ci possiamo (dobbiamo?) accontentare quindi di una stesura notevolmente più costante e solida, e anche per questo pregevole, rispetto a “Mezmerize”, in cui gli episodi psicotici (“Vicinity Of Obscenity”) eguagliano per rarità quelli pesanti (“Attack!”), entrambi immersi in un mare di melodie, cori e progressioni che mediano e tirano a lucido quanto di più musically correct prodotto finora. Con un Daron Malakian in più alla voce che non fa comunque la differenza.

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