Home > Recensioni > System Of A Down: System Of A Down

Close your hands and make a fist

Anno 1998: il nu metal, quello di MTV, si chiama Korn e Limp Bizkit. Ma una nuova realtà multietnica sta per sconquassare l’America e la sua emittente musicale preferita; d’ora in poi il nu metal, quello di MTV, si chiamerà Korn, Limp Bizkit e System Of A Down e, per fortuna, sarà in grado di regalare ancora diverse perle musicali, raro quanto pregiato prodotto di quel blob malefico che si nasconde sotto le mentite spoglie di innocuo mollusco e risponde al nome di music biz. La melma fangosa striscia su tutte le superfici e si appropria di tutti gli ostacoli, inglobandoli nella propria immensa uniformità. Ma a volte si imbatte in individui davvero indigesti, allora camaleonticamente cambia la propria natura e si uniforma ad essi, trascinando con sé tutto il molliccio carrozzone lungo la nuova strada, che si chiami grunge, nu metal, garage rock o pop(pe al vento).
Certo è che i SOAD devono essere risultati veramente fastidiosi ai letali succhi gastrici del fluido che uccide. Quattro folletti armeni dalla scorza dura, barbette spinose, anelli, orecchini, cazzotti a destra e a manca, stacchi jazzati, protesta, disorientante apocalisse musicale, broncio perenne, vocalizzi tanto volubili che anche Mike Patton ne andrebbe fiero, reazioni psicotiche, Rick Rubin alla console, terrorismo ideologico, melodie redentrici o dissonanti nel momento culminante della lucida follia: ecco il frullato indistruttibile e indigeribile. Ma si sa, se non puoi batterlo, fallo tuo amico. E dunque luci della ribalta, un certo ammorbidimento, album rubati pubblicati a prezzi esorbitanti e così via, ma queste sono altre storie.

Scroll To Top