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C’è spazio per tutti nella tossicittà

La tossicità di una città, la tossicità di una società, la tossicità di un’umanità. Questo cantano i SOAD nell’attesissimo atto secondo della propria carriera.
Molti avrebbero scommesso su di un fallimento, molti dall’altra parte della barricata avrebbero in effetti approfittato del successo per ripetersi, per ricalcare, per battere cassa e per camminare sul tappeto rosso. I nostri indigesti hanno preso tempo, hanno metabolizzato, hanno rielaborato e hanno prodotto, ancora una volta, un capolavoro degno di essere ascoltato & riascoltato, letto & approfondito, cantato & urlato. La furia sconquassante dell’autointitolato debutto fa ora spazio a una maggiore consapevolezza, che porta all’elaborazione di soluzioni musicali più controllate-misurate-studiate, non abbastanza da far perdere la freschezza di violenta rugiada alle quattordici brevi composizioni, ma tanto da renderle fortemente ipnotiche, penetranti e assorbenti nel loro continuo entrare, esplodendo nel cuore e nello stomaco, e uscire, avvolgendo in credibili melodie disperate.
C’è sempre spazio per le urla, per le chitarre ribassate, per le incursioni folkloristiche, per le trame sovrapposte o interrotte all’improvviso; c’è sempre spazio per la natura psicotica dei SOAD, ma c’è anche spazio per milioni di ascoltatori in più, rincuorati subito dopo essere stati schiaffeggiati con violenza, eccitati subito dopo essere stati sopiti.

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