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  • Takara – La notte che ho nuotato

    Diretto da Damien Manivel, Kohei Igarashi

    Data di uscita: 23-05-2019

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È un film insolito “Takara – La notte che ho nuotato“, e nasce in modo altrettanto insolito: i due registi, il francese Damien Manivel (“Un jeune poet”, visto anche alla Mostra di Pesaro, “Le parc”) e il giapponese Kohei Igarashi (“Hold Your Breath Like a Lover”), si sono conosciuti casualmente al Festival di Locarno e spiegano di aver «subito trovato un’intesa attraverso il nostro amore per il cinema. Qualche mese dopo abbiamo deciso di fare un film insieme. Ognuno ci avrebbe messo qualcosa di suo: il fascino per i paesaggi innevati di Damien avrebbe incontrato la voglia di Kohei di raccontare l’infanzia».

Neve e infanzia, quindi: Takara ha sei anni e vive in una zona nevosa del Giappone. Suo padre esce ogni notte per andare a lavorare al mercato del pesce, mentre lui dovrebbe dormire e poi alzarsi per andare a scuola. Il tempo e le distanze però possono prendere direzioni imprevedibili nella testa di un bambino, e una mattina Takara esce dalla rigida scansione della vita familiare per vivere un’avventura in solitaria.

“Takara – La notte che ho nuotato” è stato presentato nella sezioni Orizzonti della Mostra di Venezia 2017 e arriva ora al cinema con Tycoon Distribution, una distribuzione probabilmente non facile per un film del tutto privo di dialoghi e, in un certo senso, anche di trama.

Di film che mettono in scena l’infanzia ne sono stati fatti tanti, Manivel e Igarashi lo sanno (tra i riferimenti dichiarati c’è “Il palloncino rosso” di Albert Lamorisse) e scelgono un approccio radicale e rigoroso, che rinuncia alle parole e alle regole del racconto canonico, mantenendo però un controllo strettissimo sulla grammatica cinematografica, che è fatta di suono (in primissimo piano il lavoro di Jérôme Petit e Gen Takahashi, volto a cogliere ogni rumore e ogni silenzio della vita quotidiana), di fotografia (notevole ma non esibita l’abilità di Wataru Takahashi, tanto nel buio della casa quanto sotto la mutevole luce esterna che si riflette sul suolo innevato), di composizione delle inquadrature (il film è girato in 4:3), di pure immagini in movimento.

I registi evitano la soluzione della soggettiva per restituire uno sguardo ad altezza di bambino, e non cercano di farci entrare nel suo mondo interiore con invenzioni visive particolari: inquadrano invece con semplicità le azioni di Takara, lasciando che siano i suoi movimenti, gli oggetti che tocca e che porta con sé, le sue piccole e grandi decisioni, a farci conoscere e amare il personaggio (Takara è educatissimo, indipendente, pieno di risorse) e soprattutto appassionare alla sua avventura.

Mai patetico, mai stucchevole, “Takara” ci immerge in una dimensione temporale dilatata, una bolla di quiete e libertà dove di notte non si deve per forza dormire ma si può disegnare, pensare e guardare la neve dalla finestra, e dove di giorno non si deve per forza andare a scuola ma si può partire per un viaggio.

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Contro

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