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Tanto fumo e poco arrosto

Una folla non proprio abituale per un concerto metal si raduna lunedì sera in coda all’ingresso del Rolling Stone. Trattasi per lo più di liceali dal look poco “metallaro” e di una pattuglia di persone decisamente più grandicelle ma dall’abbigliamento altrettanto informale.

L’apertura dello show è affidata ai finlandesi Turisas, autori dal canto loro di una prova grintosa e convincente.
Quando vengono spente le luci, un’intro elettronica introduce i londinesi Dragonforce e “Heroes Of Our Time”, primo di quattro estratti dall’ultima fatica discografica, “Ultra Beatdown”. Da questo istante prende il via una strana tragicommedia che è difficile ricostruire a parole.

La band sale sul palco saltando, correndo e dimenandosi, cose che i sei musicisti non smettono di fare per tutto il concerto. Eppure c’è qualcosa che non va. La musica è un frastornante impasto di suoni ad altissimo volume, ma è difficile starle dietro, sembra impossibile riconoscere le canzoni senza averle sentite più e più volte sugli studio-album. Solo le chitarre del portentoso duo Li-Totman si riconoscono distintamente nei momenti, peraltro frequenti, in cui duellano a colpi di assoli.

La voce di ZP Theart, poi, è un caso a sé stante: inudibile! Ogni volta che prova a cercare una nota alta, questo Fabio Lione dei poveri se la vede morire in gola, avvalorando le tesi dei molti critici che lo ritengono una bella palla al piede dei Dragonforce. Intorno al quarto pezzo, “Fury Of The Storm”, si comincia a sentire qualcosa di simile a una canzone, e anche ZP Theart raggiunge un livello canoro ai limiti della tollerabilità, perlomeno percettibile (anche se non sempre). La musica è velocissima, i volumi sono alle stelle, ma la batteria resta sensibilmente più bassa rispetto agli altri strumenti.

A metà performance, l’assolo di tastiera. Una buffonata bella e buona: Vadym Pružanov si agita forsennatamente per il palco muovendo a caso lo strumento a tracolla e suonandolo di tanto in tanto, mentre il sottofondo è costituito da un tempo di batteria e da un’ulteriore linea di tastiera, entrambe pre-registrate (!). All’ottavo pezzo i musicisti abbandonano il palco e rientrano poco dopo per un paio di canzoni, tra le quali la conclusiva “Through The Fire And The Flames”.

Con le orecchie ancora fumanti e uno stupore non ricomposto, è d’obbligo concludere che, nonostante gli impianti audio da concerto delle discoteche milanesi siano come sempre inadeguati, i Dragonforce hanno comunque dimostrato di essere una pessima live-band con uno ZP Theart ampiamente inadeguato al ruolo che è deputato a ricoprire.
Alle note dolenti si aggiunge poi il fatto che la stessa musica della band, così veloce, potente e complessa, non è facilmente riproducibile on stage, con il conseguente rischio (confermato dal concerto di questa sera) che la resa esterna si avvicini più alla definizione di rumore che a quella di musica.

Heroes Of Our Time
Operation Ground and Pound
Reasons To Live
Fury Of The Storm
The Warrior Inside
(Keyboard Solo)
Revolution Deathsquad
Soldiers Of The Wasteland
The Last Journey Home
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Valley Of The Damned
Through The Fire And The Flames

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