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Tassiamo la connessione in nome della musica!

Mentre l’astioso Sarko insegue i ragazzini che scaricano musica dal peer-to-peer, privandoli della connessione alla grande rete all’ennesima violazione delle leggi sul copyright, e con loro penalizzando eventuali genitori e conviventi, alcune etichette cominciano a coltivare il pensiero di monetizzare il vizio. Se non puoi sconfiggere un nemico portalo dalla tua parte: questo il principio, invero molto francese nel suo stile da Richelieu. Allora che ogni cablato lasci i suoi due cent per la sopravvivenza della music industry, e chi non si è mai unito al popolo degli scaricatori di frodo scagli la prima pietra.

Emerge quindi evidente la consapevolezza, palese anche in ragione di una serie di iniziative innovative come Qtrax, MySpace Music, Nokia Comes With Music etc., che la strada per arginare le perdite economiche di questi ultimi anni non passa per i tribunali, con buona pace di Lars Ulrich. È un buon segno questa apertura degli operatori musicali, anche se non si tratta certo di una soluzione definitiva, come non lo è stata la tassa sui supporti registrabili che conosciamo in Italia ormai da parecchi anni. Più che altro si tratta della dimostrazione di una presa di coscienza, che speriamo porti presto tutti a smettere di accanirsi con pochi capri espiatori di un vizio sociale ormai consolidato. Non per questo legittimo, ma tantomeno arginabile dal violento braccio della legge.

Ciò che più fa discutere, soprattutto dal punto di vista delle etichette, è il principio di distribuzione della somma incassata da tutti gli ISP come tassa in nome del diritto d’autore. Ad una recente riunione di MusicTank, oltre ad additare la musica digitale come omicida del formato album, e quindi dell’anima della musica degli ultimi decenni, si è proposta una suddivisione del pool in base alla popolarità degli artisti sui network P2P, un po’ come avviene negli Stati Uniti per il sistema radiofonico.

Non tutti possono essere d’accordo con un principio del genere, prospettando magari scenari apocalittici, ma quello che lascia al momento più preoccupazione è la persistenza delle misure di repressione, addizionate ad alcune tecniche inquisitorie, che ancora continuano a salire all’onore delle cronache. La Francia di Sarkozy persegue la sua politica di blocco dell’accesso a internet, in Irlanda le major stanno facendo pressioni sui fornitori di connessione per obbligarli a controllare il traffico e molte aziende si dedicano tutti i giorni allo sviluppo di nuovi filtri per discriminare l’origine e la legalità dei dati che viaggiano sui cavi che entrano in casa nostra. Tempo sprecato?

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